Il male necessario
Io rispetto l’indignazione degli elettori del centrosinistra per quello che sta succedendo in questi giorni. Capisco che non sia facile digerire un “governissimo” PD-PdL, oltretutto dopo una campagna elettorale passata a negarlo in ogni sua forma.
E aggiungo che, da liberaldemocratico in cerca di rappresentanza quale sono, ho poco titolo a parlare delle convinzioni e delle esigenze della base elettorale del PD (che ogni giorno vedo più lontano dalla mia sensibilità).
Però sono giorni che ci penso e devo buttare fuori qualche considerazione di puro pragmatismo sulle ragioni che stanno alla base della nascita di questo governo. Non parlerò della stima che nutro per la persona di Enrico Letta, né del programma (obiettivamente ancora troppo vago e cerchiobottista), ma di alcuni motivi per cui questa situazione non piace a nessuno, ma è anche l’unica che minimizza i danni. E anche del perché è una soluzione comunque legittima (e neanche tanto rara) del nostro ordinamento costituzionale.
Candidatura in outsourcing
In questi giorni, l’immagine che mi si disegna in testa quando leggo della candidatura di Berlusconi è quella di una valanga.
Post-Primarie
Guardando il mio blog, uno penserebbe che ho serenamente ignorato le primarie del centrosinistra.
Niente di più lontano dal vero. Semplicemente, meno tempo, sempre meno, da dedicare alle analisi politiche ed economiche che tanto mi piacciono. Ormai sono alla scelta fra il leggere e lo scrivere, per fare entrambi dovrei abbandonare la mia vita sociale (già duramente provata).
In realtà, raramente mi sono appassionato così ad una tornata elettorale, seppur solo “partitica”. Ho studiato i programmi, ascoltato i dibattiti, letto gli articoli dei quotidiani, discusso con gli amici e sui social network. Mi ci sono immerso, in un modo spontaneo e meno “accademico” del mio solito: ho analizzato meno e partecipato di più.
Risparmio l’intimismo perché preferisco parlare di politica. E anche perché il bravissimo Enrico Sola (alias @Suzukimaruki) ha già scritto un post molto bello in cui esprime all’incirca quello che ho provato io in queste settimane. Vivamente consigliato, perché scritto da qualcuno che ama profondamente la politica, senza secondi fini.
Vorrei fare qualche considerazione sparsa, più che altro a livello di sensazioni e previsioni per il futuro. Alcune cose magari sono già state dette, visto che in questi giorni le analisi si sprecano, ma pazienza. Spero che ci sia dietro un senso compiuto.
“Scusa mi fai uno spread?”
Nelle ultime settimane l’ansia da spread sembra leggermente placata, e anche i siti dei giornali non hanno più in testata il monitoraggio continuo dell’odiato differenziale.
E ultimamente si è anche sentita spesso una frase, per così dire, “terapeutica”: “E’ probabile che nei prossimi mesi lo spread possa tornare su valori fisiologici, cioè intorno ai 200 punti”.
Elettori IdV: ma perché?
Che Di Pietro possa avere un qualunque tipo di seguito è per me un mistero impenetrabile.
Un uomo che banalizza ogni problema, vede solo questioni di buoni contro cattivi, non sa esprimersi in maniera coerente (e in un italiano dignitoso), vuoto di ogni contenuto originale, incapace di valutare le persone di cui si circonda, promotore di una giustizia manettara di sapore fascista, catalizzatore delle più basse spinte populiste/complottiste.
Anche sforzandomi, l’unico motivo che riesco a vedere per quel suo perenne 5-8% di voti è il suo essere antiberlusconiano di ferro.
Molto poco, molto tardi, molto inutile.
Leader dietro le quinte
Oggi Matteo Renzi ha lanciato la sua campagna per la leadership.
Chi mi conosce sa quanto apprezzi il sindaco fiorentino, che attualmente è l’unico lumicino che potrebbe spingermi a votare il PD alle prossime elezioni. Non voglio dilungarmi sull’opportunità della candidatura di Renzi, sulle sue idee o sulle magagne di partito (ma non temete, lo farò di certo).
Ci sono tante cose su cui discutere nel merito, ma ce n’è solo una che, come si suol dire, mi fa venire il latte al…le ginocchia: le accuse di personalismo/egocentrismo/narcisismo.
Differenze di reddito: 263 volte?

Leggendo un articolo di un blog neokeynesiano (sì, anche i liberisti ogni tanto leggono cose diverse, soprattutto quando le linkano gli amici) mi ha colpito una statistica piuttosto utilizzata per il suo effetto emotivo, cioè il fatto che un top manager americano guadagna 263 volte un lavoratore medio.
Mi frullava in testa questo numero e in effetti mi sembrava un’enormità. Così ho fatto un paio di calcoli.
Renzi e il liberismo, ovvero “Coraggio PD… fatti votare”
Non so voi, ma uno del PD che dice:
“Dimostreremo che non è vero che l’Italia e l’Europa sono state distrutte dal liberismo ma che al contrario il liberismo è un concetto di sinistra, e che le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito, ma ne devono essere il cuore”
come minimo bisogna ammettere che ha del coraggio.
La completa inutilità dell’astensione bohèmienne
Leggendo un articolo de Linkiesta riguardo alla necessità di astenersi di fronte al quadro politico odierno, mi è venuto in mente un post di Francesco Costa sull’argomento, intitolato “Elogio del meno peggio“.
Vi consiglio di leggere il post perché personalmente lo trovo una piccola perla di buonsenso in mezzo al diffuso opinionismo sterile, ed è di certo più completo di quello che potrei scrivere io.
Il punto centrale di Francesco, che condivido in toto, è che molte persone pensano che votare serva a trovare la persona/il partito che meglio incarna le nostre idee e i nostri principi.
Non è così.
Il loop irrisolvibile e l’unione impossibile
L’altro giorno pensando alla crisi europea mi è venuto in mente il cosiddetto “paradosso della forza inarrestabile“, che tenta inutilmente di trovare una risposta alla domanda “What happens when an unstoppable force meets an immovable object?“. Mi sembra che anche nel nostro caso si possa dire che la crisi è degenerata in modo tale che le diverse parti, dietro un’apparente operosità, restano nell’immobilismo più totale, schiacciati da una situazione dalla quale non riescono a venire a capo.
Lo si vede anche dal livello del dibatto, dove si nota come crisi europea, rigore tedesco e default della Grecia abbiano ormai nauseato anche i più stoici geek dell’economia. Ormai se ne parla quotidianamente da oltre due anni, ma potendo fissare l’origine di tutto ben più indietro nel tempo: come ricorda il Telegraph la Grecia ammise per la prima volta di aver mentito sullo stato dei propri conti pubblici già nel 2004. Ripeto, nel 2004, otto anni fa (Facebook era ancora un social network sperimentale interno ad Harvard, per dire).
In questi anni le cause sono state sviscerate e illustri economisti, statisti e giornalisti hanno scritto migliaia di articoli e saggi. A questo punto i nodi fondamentali sono al pettine, e pur nelle diverse convinzioni ideologiche, fra destra e sinistra, liberisti e keynesiani, su alcuni aspetti centrali c’è quasi un consenso unanime.
Ma la cosa surreale è che questo non cambia di una virgola la situazione. L’Europa si trova in una di quelle situazioni in cui tutti si rendono conto dei problemi, si sono fatti un’idea di cosa sarebbe necessario fare per risolverli, ma non riescono/vogliono/possono ad agire in tal senso. Se fossi un romanziere troverei degli eleganti parallelismi fra questa irrisolvibilità e i problemi di una coppia logorata che non è in grado di riscoprire motivi per stare insieme e di inventarsi nuove azioni per rimettere a posto le cose.
Ma sono un arido economista wanna-be, quindi non posso che ripiegare su riflessioni pragmatiche e tecnocratiche.
Ed è da qui che nasce la mia visione del problema cruciale dell’Europa (anzi, dell’Eurozona) come un loop (ciclo) in cui soluzione chiama ulteriore problema, e alla fine del ragionamento ci si ritrova al punto di partenza.










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