Thin(k) Freedom

¿Cuál es la velocidad del sueño?


L’alba si attarda sulle montagne del Sudest messicano. Come se non avesse fretta, si crogiola deliziandosi in ogni angolo, come un amante paziente ed affezionato. La nebbia le scivola dalla mano, con il suo lungo abito di nuvola e riesce a coprire la luce più intensa, le tende un cerchio, la circonda con la sua coltre di nuvola, la racchiude in un ampio cerchio. Dalla metà del cielo, la luna batte in ritirata. Una voluta di fumo si confonde con la foschia, lentamente, con la stessa lentezza con la quale la nuvola, sotto l’ampio volo del suo nagua, copre le capanne sparse. Tutti dormono. Tutti meno l’ombra. Tutti sognano. Soprattutto l’ombra. Tende appena la mano ed afferra una domanda.

Qual’è la velocità del sogno?

Non lo so.

“Non lo so”, queste tre parole dovrebbero essere più presenti nel repertorio di tutti, così obbligati come a volte ci sentiamo ad opinare su tutto e a sostituire opinioni con dogmi e ricette pronte (“verità”, le chiamano).

Nel “Club delle Mutue Carezze”, ovvero nella selezionata intellighenzia che sui mezzi di comunicazione di massa si tiene lontana (“obiettiva”, dicono) dalla realtà, è da tempo che la critica ed il dibattito sono stati soppiantati dallo scandalo mediatico, dalla “neutralità” (che alla fine è più fondamentalista di Bush e Bin Laden) e da profezie che non importa se non sono supportate da argomenti e né si concretizzano (“dopo tutto, a chi importa della realtà?”).

Cortigiani versatili alla periferia del Potere, questi intellettuali parlano di tutto, sono esperti di tutto. Nella loro filosofia istantanea e solubile (“andiamo in onda, consegno la mia collaborazione in alcuni minuti, non c’è tempo di pensare a quello che si dirà o scriverà”), questi neo filosofi della postmodernità, seguendo le mode in continuo rinnovamento, imitano le pose ed il metodo dei “grandi” pensatori, cioè astraggono e generalizzano. Ovvero, suppongono e creano un modello e poi lo applicano. Il resto? Nell’immondizia.

Inoltre, gli intellettuali ed i comunicatori che fanno gli analisti politici si ergono a giudici che dettano sentenze ed aspettano, comodamente seduti nell’accademia o nella sala stampa, che la realtà sia il boia che esegua la sentenza.

Se il “successo” della filosofia politica reazionaria sta nella sua capacità di “giustificare” un’azione, quello di coloro che predicano dal pulpito dei mezzi di comunicazione sta nel trivializzare l’ingiustizia. Proponendo emozioni riflesse e non ragioni, i comunicatori affrontano la guerra, la povertà, le catastrofi naturali, i soprusi dei governi, i crimini ed i sempre più frequenti germogli di scontento popolare.

Dopo tutto, i sentimenti possono essere fugaci tanto quanto le questioni “più importanti” dei notiziari. Così, si disperano per la mancanza di video.

Invece ci sono, e succede che molti di questi suscitano riflessioni, e diciamo che la riflessione profonda non è il forte della comunicazione di massa.

La velocità dell’incubo.

E’ con la riflessione teorica (che non è sinonimo di masturbazione mentale), il dibattito (che non è il ping-pong di insulti), lo scambio di esperienze (che non è l’interscambio di ricette pronte), che, se non si può sapere qual’è la velocità del sogno, si può, invece, calcolare la velocità dell’incubo. Dalla nostra esperienza e da quello che vediamo al piano di sopra globalizzato, abbiamo imparato che è la stessa cosa che abbassare le mani, arrendersi, rassegnarsi, assumere la comoda e stupida posizione di spettatore, abbandonare ideali in nome di un pragmatismo in fin di conti sterile e deformante.

Se il Potere mondiale rende un omaggio morboso all’11 settembre e all’11 marzo è per usarli come pretesto dell’incubo che globalizza, e ci vuole “vendere” il sogno che il suo potere militare e poliziesco eviterà che si ripetano altri “undici” nel calendario… seminando il suo terrore in altre date ed in tutto il mondo.

Ma, di fronte agli “11″ del terrore di una e dell’altra parte, c’è, per esempio, un “15″, quello del febbraio del 2003. In quella data più di 30 milioni di persone di oltre 100 nazioni del mondo si mobilitarono contro la guerra.

Molti diranno che fu inutile, che comunque la guerra è scoppiata. Ma si dimentica che il raccolto della semina del basso non e mai immediato.

E le mobilitazioni non sempre finiscono quando chiudono i notiziari. Il più delle volte diventano apprendistato ed organizzazione. Il Potere può ben vivere con dimostrazioni massicce di ripudio che finiscono quando si cambia canale; ma non può stare tranquillo quando questo ripudio si organizza e tanto meno quando cresce.

Perché, in basso, imparare è crescere.

Le menzogne, per quanto “rating” ostentino, normalmente provocano indigestione e vomito. Le verità, certamente, provoca mal di stomaco, ma questo normalmente si allevia facendo qualcosa.

Perché, sebbene le bugie siano irrimediabili, le verità hanno rimedio.

Di fronte all’incubo, non basta svegliarsi. La veglia può fiorire nel sogno.

L’impreciso sogno zapatista.

Ma, quale è la velocità del sogno?

Non lo so.

Nel nostro sogno, il mondo è un altro, ma non perché qualche “deus ex machina” ce lo regala, bensì perché lottiamo, nella permanente veglia della nostra veglia, perché in quel mondo sorga l’alba.

Noi zapatisti, sappiamo esattamente che non avremo, né noi né nessuno, la democrazia, la libertà e la giustizia di cui abbiamo bisogno e che meritiamo, fino a che, con tutti, la conquisteremo per tutti.

Con gli operai, con i contadini, con gli impiegati, con le donne, con i giovani.

Con quelli che fanno funzionare le macchine che fanno produrre i campi, che danno vita alle strade.

Con quelli che, con il loro lavoro, ogni giorno precedono il sole.

Con quelli che da sempre producono la ricchezza ed oggi consumano solo la povertà.

La nostra lotta, cioè, il nostro sogno, non finisce.

Tuttavia, nella veglia di tutti i giorni ci sforziamo di non lasciare in eredità a coloro che seguiranno uno spazio di rancore e di ansia distruttiva.

In ogni momento ribadiamo la nostra decisione di non imporre a nessuno (né a noi stessi) una serie di cinismi mascherati da “ragioni politiche” o da fondamentalismi camuffati da “neo filosofia” universale ed eterna.

Lo zapatismo non è una guida per l’azione.

Ci impegniamo ogni minuto di ogni ora di ogni giorno a non predicare né promuovere il culto del “tutto ha un valore”, che normalmente è solo un alibi che giustifica ciò che, nel “tutto”, comprende il tradimento dei principi.

La ragione che ci muove è una ragione etica. In questa, il fine sta nei mezzi.

Vogliamo, e per questo lottiamo quotidianamente contro tutto (contro noi stessi compresi), posare un’altra pietra per la nostra casa, quella che vogliamo tutta porte e finestre, da cui si possa entrare, si possa uscire, guardare ed essere guardati, senza altro limite che la voglia di fare una o l’altra cosa. Una casa dove non sia un dolore essere donna, o bambino, o anziano, o indigeno, o giovane, o gay, o lesbica, o transessuale, o lavoratore del campo e della città. Infine, un posto dove non sia una vergogna appartenere all’umanità.

Vogliamo continuare a lottare per come siamo, come zapatisti. Così il mondo nuovo non nascerà solo dal nostro passo, ma anche da esso.

Vogliamo, finalmente, sparire. Per questo, e non per altro, siamo apparsi.

Per questo motivo nel nostro sogno, noi non ci siamo.

Quale è la velocità del sogno?

Non lo so.

Ma ora, in quest’alba di settembre, senza altra compagnia di un vento gelato, con la pioggia che tamburella impaziente sul soffitto della capanna, e sommando alla nuvola che porto quella che fuori riposa, realizzo che, forse, è la stessa velocità con la quale, nel mio sogno, l’ombra che sono svanisce nell’altra e gentile ombra delle gambe di Lei, mentre con le mie labbra scrivo promesse impossibili sulle piante dei suoi piedi nudi…

Dalle montagne del Sudest Messicano.

 

Subcomandante Marcos

Chiapas, México – 3 ottobre 2004

Una Risposta

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  1. 100 (and restyling) « Thin(k) Freedom said, on 16 maggio 2012 at 17:51

    [...] mi hanno convinto che tenere il vecchio nome non sarebbe stato né incoerente né offensivo (verso el Sup, chi vuole capire capisca). Prossimamente vi spiegherò anche [...]


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