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La nascita della tragedia – F. Nietzsche

Posted in Personal miscellaneous by Ronin on 16 gennaio 2009




Nella “Nascita della tragedia” assume un’importanza fondamentale la distinzione fra i due impulsi primari dell’arte, che vennero espressi in modo mirabile dagli antichi greci: lo spirito dionisiaco e lo spirito apollineo.

Il primo rappresenta lo slancio vitale e l’impulso creatore proprio dell’uomo, mentre il secondo è finalizzato a canalizzare questa energia tramite la forma. Il Dio dell’ebbrezza conduce il soggetto alla perdita dell’individualità, tramite un’identificazione totale con la natura. In questo modo l’uomo squarcia una sorta di “velo”, diventando consapevole dell’insensatezza di fondo dell’esistenza e abbandonandosi al piacere, seguendo il flusso della vita senza ricercarvi valori intrinseci.

A questo impulso di perdizione si contrappone lo spirito apollineo, che riesce a modellare l’autodistruttività propria del dionisiaco, inquadrandola tramite i linguaggi dell’arte, della musica e del teatro. Si può dire che l’apollineo sta al dionisiaco come la forma al caos, la ragione all’istinto. L’apollineo diventa quindi il modo per rendere “accettabile” il caos della vita.

I grandi tragediografi greci (Eschilo e Sofocle, mentre Euripide rappresenta già l’inizio di un processo di decadenza) riuscirono a conciliare ed armonizzare in modo sublime i due impulsi, alternando i momenti più prettamente teatrali e rappresentativi (apollinei) con la musica e la danza del coro (dionisiaci). Questa fusione artistica nasce dall’esigenza di trasfigurare esteticamente l’intollerabilità dell’esistenza: preso atto della mancanza di senso della vita, l’uomo trova nella tragedia una strada per esorcizzare questa terrificante scoperta. Originariamente, la sensibilità greca aveva un carattere esclusivamente dionisiaco, che la portava a scorgere ovunque l’assurdità e la mancanza di ordine della vita. L’apollineo nasce quindi proprio come tentativo di sublimare il caos nella forma, di trasfigurare l’assurdo in un linguaggio definito e codificato.

Nietzsche fa coincidere l’inizio della decadenza di questo processo nella figura di Socrate: il filosofo greco è colpevole di aver creato una visione del mondo razionalistica e teoretica, in cui non vi è più posto per gli aspetti istintuali, e per questo vitali, dell’uomo. L’apollineo trionfa quindi sul dionisiaco, dando inizio a un processo che porterà l’uomo a soffocare sempre più il suo lato vitale: esemplari in questo senso sono le filosofie di Platone e Aristotele, o anche, andando avanti con i secoli, Cartesio e Hegel. Nietzsche condanna le filosofie che hanno portato l’uomo, inizialmente “tragico” e portato a “ dir di sì” alla vita, a reprimere il proprio impulso vitale, violentando la vita con “la sferza dei suoi sillogismi”.

La condizione suprema dell’uomo fu raggiunta dai greci, che avevano colto il succo dell’esistenza, riuscendo a rappresentarlo in modo mirabile (si ricordino, ad esempio, tragedie come Edipo Re o Medea, che dopo decine di secoli sono ancora attuali e sconvolgenti nella loro forza espressiva). Da Socrate in poi, il genere umano ha subito un processo involutivo che lo ha reso represso e infelice, incapace di rapportarsi alla totalità della vita. Un esempio calzante è, secondo il filosofo, la religione cristiana, che, predicando l’espiazione, il pentimento, la sottomissione, la pietà, rende l’uomo debole e passivo di fronte al mondo, relegandolo in una condizione di inferiorità rispetto ad un fantomatico Dio trascendente, che fissa limiti e regole. Il cristiano rappresenta in questo senso l’antitesi alla vita, un auto-tormentato, in preda a continui sensi di colpa che avvelenano la sua esistenza.

L’ideale nietzscheano, invece, è un uomo che accetta totalmente la vita, in tutti i suoi aspetti: piacere e dolore, felicità e tristezza, odio e amore, bene e male. E’ un uomo fedele alla terra e al corpo, che non si mortifica attendendo supposti premi nell’aldilà, ma ha avuto il coraggio di guardare nell’abisso dell’esistenza, rendendosi conto della mancanza di senso e valori e restando tuttavia aggrappato alla vita, senza rifugiarsi nella consolazione offerta da vaghe entità metafisiche.

E’ questo l’ Ubermensch, il cosiddetto “Superuomo” (che potrebbe però essere tradotto anche come “Oltre-uomo”, evidenziandone l’estraneità rispetto all’uomo odierno): è un uomo che ha accettato la dimensione tragica e dionisiaca dell’esistenza e che ha il coraggio di ricreare i propri valori momento per momento, senza restare ancorato a nulla di certo e assoluto.





“Il dionisiaco, confrontato con l’apollineo, appare come la potenza artistica eterna e originaria, che suscita in genere all’esistenza tutto il mondo dell’apparenza.”

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