Thin(k) Freedom

L’inadeguatezza delle parole

Posted in Dategli brioches by Ronin on 20 gennaio 2009



All this we can do, all this we will do





Io ho sempre creduto nel valore delle parole.



Credo nella necessità del linguaggio come mezzo per avvicinare gli uomini, per appianarne i contrasti e fortificarne gli affetti.

Le parole incanalano i pensieri, come una gola rocciosa che accompagna dolcemente un fiume a valle.

Le parole infondono coraggio, spezzano cuori, provocano risate.

Riescono ad esprimere le immagini più volgari e ad acquisire la musicalità del più lieve dei canti.

Alcune smuovono popoli, mentre moltissime altre vengono dimenticate dopo pochi secondi.



Ed è in casi come questi che rifletto sul significato delle parole.

Raramente capita che si dia tanta importanza ad un discorso. Viviamo nell’era del multitasking, dove fra sms ed e-mail è raro che si scrivano/leggano più di una ventina di parole alla volta.

Già il fatto che un quotidiano pubblichi un “monologo” integrale ha dell’incredibile, e rivela l’attesa spasmodica che è cresciuta nei giorni intorno a questo momento.

Poche persone, infine, sono state capaci di catalizzare in modo così magnetico stima, curiosità ed empatia del mondo intero, e in relativamente poco tempo.



Quando ci si trova di fronte ad un tale miracolo di comunicazione è necessario riflettere su due aspetti, fortemente collegati:

– l’azione di chi parla

– la ricezione di chi ascolta

Entrambe nascono con un rischio intrinseco, che è quello della comprensione reciproca.

Non è semplice esprimere pensieri a parole, arrendendosi necessariamente ad una semplificazione verbale che perde le sfumature impalapabili del pensiero laterale e dei collegamenti mentali che ognuno di noi, anche inconsapevolmente, fa ogni giorno.

E ancora più difficile è, forse, capire esattamente ciò che una certa parola,o frase significa, fare uno sforzo per andare oltre ai nostri abituali schemi mentali e cambiare punto di vista, spogliandosi dei preconcetti ed essendo davvero ricettivi al pensiero altrui.



A me sembra che questo problema di comunicazione sia la chiave di volta di tutto lo scollegamento fra politica e società civile che vediamo ogni giorno.

Il problema è in realtà piuttosto chiaro, anche se non sempre evidente, e lo si può riassumere in poche parole: il mondo è complesso.

I problemi sono complicati, non sempre li si riesce ad osservare nella loro totalità, e ancora meno spesso  se ne conoscono tutte le variabili.

Quando capita che si trovino delle soluzioni, sono anch’esse parziali e imperfette. Può succedere che risolvano il problema principale e ne provochino altri indirettamente, magari anche più gravi. Ed è praticamente impossibile che qualsivoglia soluzione a qualsivoglia problema renda felici tutti, che non “peschi” a danno di qualcuno per aiutare altri.

Questo accade per ogni decisione economica, sociale o politica, ma anche, molto più nel concreto, nei rapporti umani, nella vita di coppia e nel lavoro.

Non ci sono ricette perfette, che miscelano divinamente tutti gli ingredienti a disposizione a regola d’arte. Anche con volontà e capacità, c’è sempre quel pizzico di sale in più o in meno che rende ogni scelta ed ogni situazione precaria e ambigua, che è poi anche ciò che la rende umana.
E’ quello che gli economisti chiamano lapidariamente “second best”, una situazione non ottimale.



Il problema è che tutta questa complessità fa a pugni con la comunicazione.

I calcoli econometrici non sono conciliabili con i botta e risposta televisivi. I conflitti etnici e religiosi non si spiegano ad una platea di gente perennemente di fretta.

La necessità di completezza e l’esigenza di chiarezza stridono ed esplodono.



Più brutalmente: un elettore non vuole che gli si spieghino i ragionamenti economici che stanno dietro ai modelli di welfare, vuole soltanto essere rassicurato sulla sua pensione e sulle tasse che dovrà pagare.

E il politico, dal canto suo, non intende spiegare nel dettaglio le sue azioni, per timore di essere smentito da chi è in grado di capirle, e di essere ignorato (o peggio, frainteso) da chi non lo è.



Ed è così che funziona la politica, non solo in Italia ma nel mondo intero.
I cittadini, già sfiniti dallo sforzo di vivere felicemente la propria vita, sono ben contenti di delegare ad altri su questioni che (apparentemente) non coinvolgono direttamente la loro vita personale.

E i governanti sono a loro volta sollevati dal non dover rendere conto (almeno non nel dettaglio) di ciò che fanno, consapevoli che riusciranno sempre a saltarci fuori in qualche modo, pezzando qui e correggendo là, senza stressarsi a far capire le cose ai soggetti da cui in realtà dipendono.



Mi rendo conto che forse non si capisce bene cosa c’entri questo vaneggiamento con Obama, e invece c’entra eccome.
Quello di oggi è un evento storico, di portata ideale immensa, che resterà nei secoli. Lo so bene, e non sono immune dall’entusiasmo contagioso che emanano i milioni di volti lì presenti. Ma quello che mi impedisce di gioire con le lacrime agli occhi è lo sconforto che provo nel vedere gli stessi meccanismi che restano immutati.

Vedo un discorso affascinante e positivo, equilibrato e mai noioso, ma vedo anche la retorica e la semplificazione, e colgo l’epicità un po’ vacua di un discorso che dietro la patina rivoluzionaria si perde in tante banalità, con frasi costruite apposta per rilassare le menti di chi ascolta.

Infonde coraggio e abbozza direzioni, ma non spiega cause, non prevede effetti, non propone risposte pragmatiche.
Tocca tutto e senza afferrare niente, sparge amore senza metterci testa.

Forse è ovvio che sia così in un discorso inaugurale, ma è altrettanto vero che queste caratteristiche sono riscontrabili nella stragrande maggioranza delle parole della poltica. Il discorso di insediamento di Obama è solo un esempio, in realtà tutto questo è applicabile in un senso molto più ampio, al rapporto globale fra chi prende le decisioni e chi le subisce.



Ma quel che è peggio è che mi rendo conto che tutto questo funziona, e funziona bene.
Fa inumidire gli occhi e gonfiare il petto, mette in moto sentimenti profondi.

Riesce ad essere accolto con fervore, ma non cambia nulla nell’essenza.



Le persone che hanno ascoltato quelle parole restano confinate dietro un velo di Maya, come bambini troppo ingenui e imprudenti per essere lasciati a sè stessi.

E continueranno ad essere considerati eterni bambini, come quando i nonni fanno finta di non vedere che sono cresciuti.


Forse questa incomprensione comunicativa, questo bug nel sistema, è del tutto irrisolvibile.
C’è una discrepanza profonda, uno iato che non trova una sintesi risolutiva per molteplici motivi, che si potrebbero chiamare rassegnazione allo status quo o senso di sottomissione innato.



Siamo sempre più schiavi della nostra mancanza di comprensione, e sempre meno padroni della nostra vita. La possediamo sempre più precariamente e patteggiamo con questo, lasciando che altri tirino le fila.

Preferiamo la tranquillità alla verità, perchè è più facile così.

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