Thin(k) Freedom

Viaggi di vita

Posted in On the Road by Ronin on 28 gennaio 2009

Courmayeur, luglio 2004


Primi mesi del 2004.

Io e Simo siamo due liceali quasi 17enni, le cui preoccupazioni si concentrano essenzialmente nel trovare i numeri mancanti di Spawn e nel pitturare più miniature possibile del Signore degli Anelli.

Ma i nostri giovani corpi scalpitano, chiedono di montagne e avventure.

Si comincia così a formare l’idea di un trekking nel massiccio del Monte Bianco, che ospita uno dei percorsi più famosi d’europa.


Sarebbe il primo viaggio serio fuori da casa senza genitori.

La smania è notevole, tanto che già dall’inverno si comincia a discutere di itinerari, equipaggiamenti, trasporti, alloggi, ecc.

Ci sentiamo addosso tutta la responsabilità dell’indipendenza, la sfida della libertà.

E’ più di una camminata, più di un viaggio.

E’ un rito di iniziazione, un crocevia fra infanzia ed età adulta.


Dopo l’abbozzo iniziale, si coinvolgono altri due inquietanti soggetti, un rappresentante della truzzeria vicofertilese nonché mio cuggino e un aspirante cuoco in confronto al quale le condizioni lavorative degli operai inglesi del 1600 erano molto umane.


Poi finalmente si parte.

In tutta sincerità, non ricordo la data. Mi pare fine giugno/inizio luglio.

Il Lollo si presenta in stazione dicendo che ha avuto la febbre a 38 la notte precedente.

Noi lo prendiamo come un ottimo auspicio.

Il viaggio, fra treno e corriere, scorre via veloce, il Lollo rivela dei suoi amori inimmaginabili e io confesso che “mi sento un po’ il leader”, essendo già stato in quei posti diverse volte con i miei genitori.


Arrivati a Courmayer, si parte ufficialmente per il Tour du Mont Blanc.



Beduini fra i monti


L’obiettivo è affascinante nella sue semplicità: vogliamo andare da Courmayer a Chamonix (i due paesi agli estremi del traforo del Monte Bianco), in pratica metà del TMB (che farebbe un anello, e tornerebbe a Courmayer passando per la svizzera).

Niente rifugi e polenta con capriolo, sia chiaro.

Noi siamo cazzuti, mica dei fottuti signori di mezza età che vanno in montagna “per respirare aria buona”.

Tenda e fornellino, come giovani pionieri.

E anche volendo non potremmo permetterci una settimana in rifugio..

Infine, si prevede qualche giorno di svacco a Chamonix, a casa dei miei nonni, per recuperare le forze e cazzeggiare.


Già il secondo giorno, sorprendentemente, ci troviamo in difficoltà a finire la tappa.

Ingenuamente, non abbiamo pensato che i primi giorni sono i più faticosi perché il corpo si deve abituare e prendere il ritmo.

La stanchezza e il pessimo tempo ci costringono a pernottare al Rifugio Elisabetta.


Il giorno dopo c’è da recuperare l’onore.

Porca puttana, non si può rimanere indietro già da ora, col rischio di non finire il giro.

Così facciamo macinare le gambe e percorriamo una tappa che resterà negli annali.

2500-3000 metri di dislivello, 9-10 ore di cammino.

Una cosa inenarrabile.

Attraversiamo tre valli e due passi.

Arriviamo che quasi fa buio, ormai in territorio francese, con la nausea dalla fatica.

Quando dei signori al rifugio francese scoprono che veniamo dall’Elisabetta sbiancano come lenzuoli.



Pausa nel nevaio


Il giorno seguente paghiamo la spacconata.

Il Lollo ha sulle orecchie delle vesciche così grandi che se scoppiassero si farebbe la doccia con il liquido all’interno.

Io ho le piante dei piedi che mi fanno un male bestia (scoprirò poi per il peso dello zaino).

Il Vico ha un eritema all’inguine per lo sfregamento dei pantaloni.

E oscilla in modo preoccupante sotto lo zaino visibilmente sproporzionato rispetto alla sua altezza.

Simo sta relativamente bene, il bastardo.


Passo sopra gli ultimi due giorni, vissuti in una specie di trance agonistica col miraggio dell’arrivo.

Arriviamo a Chamonix in uno stato che definire pietoso non fa giustizia.

Visti da fuori dobbiamo sembrare dei subumani inselvatichiti, sporchi e deliranti dalla fatica. Passiamo in centro ringhiando alla gente e borbottando “cose tipo “cosa cazzo guardate, mezze seghe mangialumache” o “annusami, annusami!”.

Io faccio fatica a ricordarmi la strada per arrivare a casa mia e il Vico ogni tanto si ferma per disporre i vestiti all’interno dello zaino in ordine cromatico.


Seguono tre giorni dell’apatia più bieca.

Mangiamo ogni 2-3 ore per inerzia, finché Simo non dichiara “Basta, giuro che ora non mangio finché non ho di nuovo fame”.

E guardiamo il Signore degli Anelli 2-3 volte per film, concludendo degnamente la vacanza con una session di 9 ore filate, la notte prima di prendere il treno per il ritorno.





Tutti hanno un momento in cui si rendono conto di essere cresciuti.

Per alcuni è quando si passa dal “Mamma, posso uscire?” al “Mamma, io esco.”

Per altri coincide con lo scooter o con lo scegliersi i vestiti da soli.

Per me quel momento è stato al “Tour”, dieci giorni che rimarranno scolpiti dentro di me per tutta la vita.

Ci sono stati altri viaggi (organizzati anche decisamente meglio), ma l’emozione di quella “prima volta” resterà per sempre unica.



Meritato ozio

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