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Responsabilità individuale nei crimini internazionali

Posted in Dategli brioches by Ronin on 17 marzo 2009

esigenze di sicurezza..


28 aprile 2004.



Il programma televisivo “60 minutes II” dedica una puntata ad uno sconvolgente rapporto del generale statunitense Antonio Taguba, che rivela l’esistenza di torture sistematiche a danno dei prigionieri del carcere iracheno di Abu Ghraib. Pochi giorni dopo anche il giornalista investigativo Seymour Hersh pubblica sul New Yorker un articolo che esplora nel dettaglio gli abusi avvenuti nel carcere.
Il corredo di decine di foto come prova delle accuse porta l’opinione pubblica internazionale a conoscenza di percosse, violenze sessuali, minacce e obblighi umilianti, perpetrati ai danni dei prigionieri iracheni per il puro divertimento della polizia carceraria.




I soldati del 372° battaglione di polizia militare vengono rimpatriati, degradati e accusati dalla corte marziale di crimini di guerra, mentre l’Economist esce con in copertina una foto di un prigioniero sotto tortura e la scritta “Resign, Rumsfeld”.
Alla fine, sette soldati coinvolti nello scandalo vengono espulsi dall’esercito, due vengono condannati a dieci e tre anni di carcere, mentre il generale a comando della prigione viene degradato a rango di colonnello.
La pubblicazione delle prime foto scoperchia un vero e proprio Vaso di Pandora, portando alla luce una gran quantità di immagini, non solo legate al caso di Abu Ghraib, ma anche ad operazioni in Afghanistan da parte di soldati britannici e in generale ai metodi violenti usati dall’esercito.





16 settembre 2007, Baghdad.



E’ domenica mattina in piazza Nisour, una delle zone più affollate della capitale irachena. Un convoglio armato del dipartimento di stato scortato dalla società di sicurezza Blackwater Usa procede contromano, mentre la polizia irachena cerca di bloccare il traffico per far passare il veicolo. Nella confusione, un’auto non rispetta l’ordine del poliziotto e si immette nella piazza. Gli agenti della Blackwater aprono il fuoco sul mezzo, uccidendo la famiglia (un uomo, una donna e un bambino) che si trovava all’interno. Gli agenti continuano poi a sparare sulla folla circostante, uccidendo in tutto 17 civili, in quella che verrà definita dalla stampa di tutto il mondo come “la domenica di sangue di Baghdad”.
Secondo il portavoce della società gli agenti “hanno agito in modo legittimo e appropriato, difendendo eroicamente la vita degli americani in una zona di guerra.”
La pensano diversamente le dozzine di sopravvissuti e testimoni, secondo i quali i soldati hanno aperto il fuoco su civili che non rappresentavano nessuna minaccia, e hanno continuato a sparare anche a donne e bambini che cercavano di scappare.
Dopo poche settimane un’indagine dell’FBI rivela che almeno 14 dei 17 omicidi sono avvenuti senza una motivazione reale (quindi tutte le vittime escluse quelle dell’auto che ha scatenato la sparatoria).
Il tentativo del Ministero della Giustizia iracheno di incriminare i colpevoli secondo le proprie leggi non ha successo, in quanto gli Stati Uniti rifiutano di far giudicare gli agenti della Blackwater da un tribunale che non sia americano.





Questi due episodi, dalle dinamiche molto diverse, sono accomunati dal fatto di toccare un aspetto ancora in formazione del diritto internazionale, cioè la responsabilità degli individui negli illeciti internazionali.
Il diritto tradizionale stabiliva che quando individui od organi che agivano a nome dello Stato violavano il diritto internazionale, era lo Stato ad esserne responsabile e a risponderne di fronte alla comunità internazionale. L’art. 3 della IV Convenzione dell’Aia del 1907 afferma infatti che “Uno Stato belligerante sarà responsabile per ogni azione commessa da individui appartenenti alle proprie forze armate”.
Questo concetto di “responsabilità collettiva” (che come norma generale è ancora valido) al giorno d’oggi incontra alcune accezioni, denotando un’importante evoluzione delle normative in materia.
Intanto, è fondamentale distinguere fra “responsabilità ordinaria”, normalmente applicabile a seguito di un illecito, e la “responsabilità aggravata”, che si riferisce alla violazione di norme poste a tutela di valori fondamentali per la comunità internazionale.
La normativa attuale afferma che gli individui, a prescindere che agiscano per conto di uno Stato o a titolo privato, possono essere ritenuti responsabili per violazioni gravi del diritto internazionale (crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio, tortura, terrorismo), commessi sia in tempo di guerra che in tempo di pace.


Applicando queste norme ai casi sopracitati, saltano all’occhio alcune ambiguità di fondo. Innanzitutto, la classificazione delle “violazioni gravi del diritto internazionale” è abbastanza vaga e non spiega nel dettaglio quali atti possano venire inclusi in tale categoria.
Infatti, mentre per il caso di Abu Ghraib è abbastanza lampante che tali atti rientrano nella categoria dei crimini di guerra, nel casso di Piazza Nisour il problema è più sfumato. L’uccisione di civili è da considerarsi un crimine di guerra anche quando è motivata da presunte ragioni di sicurezza? La Blackwater afferma che gli agenti hanno aperto il fuoco perché si era creata una situazione di potenziale pericolo per il funzionario che stavano scortando, a causa dell’auto che non aveva rispettato il divieto. D’altronde, se questa motivazione può essere accettabile limitatamente all’auto in questione, non lo è il proseguimento incontrollato degli spari ai danni dei passanti visibilmente disarmati, che sembra più un abuso di potere che un esigenza di sicurezza del convoglio militare.



Inoltre la situazione peculiare dell’Iraq rende la situazione ancora più intricata. L’Iraq è infatti dal 2005 uno stato sovrano, con un parlamento ed un esecutivo dotati di pieni poteri. Nonostante questo, la situazione di caos e guerriglia che ancora permane all’interno del paese rende tale sovranità più formale che effettiva. Ciò è reso ancor più palese dall’“Order 17”, emesso dall’ambasciatore USA Paul Bremer due giorni prima di lasciare l’Iraq, in cui dichiarava l’immunità dalla legge irachena per tutti i funzionari di Stato americani e a tutti i membri della CPA (Coalition Provisional Authority). Sorvolando sulla legittimità di un’ordinanza di questo tipo in uno Stato che avrebbe avuto da lì a poco un proprio governo (Bremer lasciò il paese proprio in vista delle imminenti elezioni), indubbio è comunque il fatto che gli USA hanno tuttora il controllo effettivo dell’Iraq, che è di fatto dipendente dall’esercito americano per il mantenimento dell’ordine pubblico.
Ma il ritenersi immuni dalle leggi irachene da parte degli Stati Uniti non è legittimo, in quanto formalmente l’Iraq non è più in stato di guerra dall’annuncio ufficiale di cessazione delle ostilità del 2004. Il fatto che il paese necessiti dell’appoggio dagli Stati Uniti per mantenere il controllo del proprio territorio non va a ledere la sua sovranità e il potere del governo iracheno democraticamente eletto. Appaiono quindi pertinenti le parole di Abdul-Karim Khalaf, portavoce del Ministero degli Interni: “The murder in cold blood of civilians unprovoked in al-Nissour area by the Blackwater is considered a terrorist action against the civilians just like any other terrorist operations. If such a thing happened in America or Britain, would the American president or American citizens accept it?”



Altro punto controverso è se il sistema giudiziario iracheno sia legittimato o meno a giudicare i soldati della Blackwater. L’invocazione del concetto di immunità funzionale degli organi di Stati esteri, secondo la quale i comportamenti posti in essere dagli organi dello Stato sono da considerare coinvolgenti la sola responsabilità dello Stato, non sembra in questo caso per nulla convincente per diversi motivi. Intanto perché la commissione di un reato grave, come un omicidio, fa perdere di valore all’immunità e rende l’individuo penalmente perseguibile di fronte ai tribunali territoriali (si veda come precedente il famoso caso “Rainbow Warrior”).



Inoltre, il fatto che la Blackwater sia un’agenzia di sicurezza privata, messa sotto contratto dal Dipartimento della Difesa USA, pone il dubbio riguardo alla possibilità di considerarla organo dello Stato o meno. Infatti, l’immunità è convenzionalmente concessa ad un certo numero di diplomatici, consoli e funzionari, che esercitano funzioni prettamente legate alla politica estera e alle relazioni internazionali. Allargare il concetto di immunità ai migliaia di privati che lavorano come dipendenti della Blackwater (come soldati ma anche come impiegati, cuochi, magazzinieri, ecc.) sembra quantomeno irrealistico. Anche per il fatto che, ipotizzando di voler considerare la Blackwater un organo ufficioso degli USA, si verrebbe a creare un paradosso per cui, come organo agente per conto dello Stato estero sarebbe immune dalla legislazione penale irachena, e come agenzia privata non facente parte dell’esercito sarebbe immune anche dalla legge militare americana.


Nel caso delle torture di Abu Ghraib le cose sono decisamente più semplici, in quanto l’entità dell’illecito e lo status militare degli accusati hanno reso il procedimento giudiziario meno controverso.
Infatti, dalle foto è innanzitutto evidente che quelli compiuti nel carcere sono formalmente atti di tortura (dalla definizione della “UN’s Convention Against Torture”: Any act by which severe pain or suffering, whether physical or mental, is intentionally inflicted on a person for such purposes as obtaining from him […] information or a confession, punishing him for an act he […] has committed or is suspected of having committed, or intimidating or coercing him”).
In secondo luogo, la presenza di documenti ormai internazionalmente accettati, come la terza e la quarta Convenzione di Ginevra o la Convenzione contro la Tortura, non pone dubbi riguardo all’illegittimità di tali atti.
Infine, il fatto che i colpevoli dell’illecito appartenessero all’esercito statunitense li ha resi perseguibili dalla corte marziale del loro paese, che ha infatti agito in tal senso.





La sproporzione fra le difficoltà di risoluzione dei due casi sono quindi a mio parere riconducibili a due cause di fondo.



In primo luogo, la mancanza di una definizione precisa di cosa debba essere considerato un crimine internazionale a responsabilità individuale. Se alcune categorie di illeciti sono ormai stabilmente inserite in questa categoria (ad esempio tortura e genocidio), altri gravi crimini restano nell’ambiguità. Il massacro di Piazza Nisour è da considerarsi “grave crimine” per il fatto che il numero di morti è a due cifre? Quindi il caso del cecchino della Blackwater che il 6 febbraio 2006 uccise tre dipendenti di un network iracheno senza nessun motivo fondato dovrebbe essere considerato in modo diverso per il fatto che il basso numero di morti non cataloga il caso come “strage”? Insomma, qual è la soglia che distingue un crimine ordinario da un crimine grave e quindi istituibile di responsabilità aggravata?



Queste ambiguità di fondo sono purtroppo parte integrante del diritto internazionale, che basando le proprie normative su continui compromessi e discussioni fra decine di Stati sovrani, diversi per cultura, politica e ideologie, necessita di una certa quantità di tempo per affinare la regolamentazione delle discipline più spinose.
Ma ciò non toglie che una definizione precisa in materia (come è quella, ad esempio, riguardante il concetto di “aggressione armata”) è fondamentale per dare uniformità e chiarezza alle decisioni da prendere, soprattutto per il fatto che i conflitti odierni sono caratterizzati da continui episodi di questo tipo.


In secondo luogo, manca una normativa internazionale diffusamente accettata riguardo all’impiego delle forze mercenarie (definite come “any person who is motivated to take part in the hostilities essentially by the desire for private gain and is not a member of the armed forces of a party to the conflict”). Infatti, la “Convenzione Internazionale contro il reclutamento, l’impiego, il finanziamento e l’addestramento di mercenari”, adottata il 4 dicembre del 1989 dalle Nazioni Unite, è stata ratificata da un numero relativamente esiguo di Stati e da nessuno degli Stati di effettiva potenza militare, rendendola quindi sostanzialmente vuota dal punto di vista degli effetti giuridici e palesando su questo argomento una differenza ideologica non indifferente fra i vari Stati.



La mancata condivisione da parte delle grandi potenze della condanna delle forze mercenarie non deve tuttavia stupire. Da qualche anno esiste infatti una tendenza diffusa alla “privatizzazione della guerra”, per la quale gli incarichi militari vengono spesso appaltati ad agenzie di sicurezza private invece di essere svolti dalle forze armate ordinarie. Questo fenomeno, diretto da interessi visibilmente economici (il reddito della Blackwater nasce al 90% grazie a contratti governativi), ha come conseguenza di rendere le operazioni militari molto meno controllabili, sia dal punto di vista della legalità delle azioni degli agenti, sia da quello economico, visto che le spese delle agenzie private ricadono in definitiva sui contribuenti americani, sui quali già poggia lo stratosferico budget militare statunitense. Non c’è motivo per cui gli Stati Uniti non possano utilizzare i propri mezzi militari (già ingentissimi), istituzionalizzati e regolati secondo leggi note e accettate.
L’uso di forze mercenarie dovrebbe essere scoraggiato dalla comunità internazionale e dall’ONU, in quanto rende le operazioni militari ancor più sotterranee e incontrollabili di quanto già sono quelle delle forze armate ordinarie, e crea un business perverso che stimola e incentiva le azioni di guerra in quanto attività produttrici di reddito.





01/02/2008
Jacopo Volta






Bibliografia:


– “Licenza di uccidere”, di Jeremy Scahill, da “Internazionale” del 19 Ottobre 2007
“Bush’s Shadow Army”, di Jeremy Scahill, da “The Nation” del 2 Aprile 2007
Voce wikipedia sulla Blackwater
“International Convention against the Recruitment, Use, Financing and Training of Mercenaries”, 4 December 1989
Voce wikipedia sul caso Abu Ghraib
Raccolta di articoli sul caso Abu Ghraib
“United Nations Convention Against Torture”, 10 December 1984


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