Thin(k) Freedom

Sopra di noi solo il cielo

Posted in Personal miscellaneous by Ronin on 19 aprile 2009

Nuvole e pallavolo



Veniamo accolti dalla squadra in partenza, che ci fa conoscere i primi bambini.
Ce n’è uno che ci corre incontro, con una specie di marsupio che ballonzola sulla spalla e una lattina di thè freddo che sparge ovunque il proprio contenuto.

Cerco di dimostrare subito le nostre buone intenzioni: “Ciao, io sono Jacopo, tu come ti chiami?”

Il bambino ci guarda serio un secondo: “Mi chiamo Sabah. E fanculo ‘ai scauti”, dice accompagnando l’accoglienza con il dito medio alzato, prima di correre via.







“Sei proprio bravo a fare le costruzioni, Sabah..”

“Eccerto, il mio papà fa il muratore – esclama aggiungendo un altro mattoncino – E lui le case le costruisce bbene, mica come quelle di Piànola!”

“Tu dici che sono cadute perchè le hanno costruite male?”

“Eh sì! Guarda cosa succede se tu non fai i muri bbene”, e attacca i lego senza spingerli fino in fondo. Poi scuote la composizione e la parte dove i mattoncini non sono saldati fra loro si stacca e rovina sul tavolo.

“E la tua casa è stata rovinata molto dal terremoto?”, gli chiedo, colpito dall’immagine azzeccatissima che ha creato senza volere.

“Ha le crepe, però sta bene. Però tante altre sono cadute. Anche quella dei miei zii, nell’altro paese”.

“E loro stanno bene?”

“Loro sì, ma il mio cuginetto è morto..”

“…”

“Lo ha schiacciato un mobile che è caduto”

“Mi dispiace Sabah.. Sei molto triste?”

“Sì, era un bambino piccolo ed era molto bbuono.. Era più bravo anche di Safeth..”

“Per fortuna almeno tu e lui state bene, no?”

“Già.. – dice pensieroso mentre ricomincia a montare la costruzione – Meno male che non sono morto..”





“Sabah, vieni a salutarci, che fra poco andiamo!”

“E dove andate?”

“Andiamo via, dobbiamo tornare a casa..”

“Di già??”, dice facendosi improvvisamente serio.

“Eh sì..”

“Non potete restare ancora un po’??”

“Ci piacerebbe molto.. Ma non possiamo restare per troppi giorni, dobbiamo tornare a studiare, a lavorare..”

“Ma io non voglio che andate via..”

“Lo so, tato.. Ma vedrai che anche i nuovi scout saranno molto simpatici e vi faranno fare un sacco di giochi.”

“…”

“Almeno me lo dai un bacetto?” – dico poco prima che mi si butti al collo.

“E mi raccomando, ricordati cosa ti ho detto. Ti ricordi come ti dicevo che devi essere con gli altri bambini e con i grandi?”

“Devo fare il bravo ed essere buono..”

“Esatto. Ora che sei diventato così bravo lo devi restare, ok?”

“Sì sì, te lo prometto.. Ciao Jaccopo..”, dice annuendo con la testa, mentre cerco di mandare giù quell’orribile sasso che mi sembra di avere nella gola.





Ci sarebbero molte più cose.
Molte più persone di cui raccontare, altri giochi, risate, chiacchiere, lavoracci, sorrisi, sguardi.
Queste non sono che gocce nella marea di emozioni provate in questi otto giorni, ma servivano a rappresentare l’evoluzione di questa settimana intensissima.



Sento due sentimenti che prevalgono ora, messa da parte l’ovvia malinconia.

Provo compassione per le persone che ho conosciuto. E non intendo il concetto comune di “compatire qualcuno”, ma il significato più profondo del termine, quel cum patior che indica il sentire le emozioni dell’altro, il prendere parte al dolore del prossimo. Un coinvolgimento emotivo fatto di tante piccole cose: i racconti ingenui dei bambini e le lacrime degli anziani quando gli facevi un favore, l’angoscia nascosta degli adulti e la semplice vista delle macerie ai lati delle strade.
E’ un sentire che ovviamente non vuol dire “provare” in prima persona, e che (purtroppo e per fortuna) rende un’esperienza simile nient’altro che una sfocatissima parvenza di ciò che i diretti interessati hanno provato sulla propria pelle.
E’ una cosa che serve quasi più a noi che a loro, per il modo in cui ci ridimensiona e ci umanizza. Riveste il cuore con nuova umiltà e lo riempie di un senso di riconoscenza per tutto ciò che di bello si possiede.



E provo una notevole soddisfazione, in modo forse anche un po’ egoistico.
Siamo partiti in modo titubante, con molte incertezze e poca fiducia nel fatto di poter seriamente fare qualcosa per quelle persone. E ci siamo ritrovati con una settimana che è decollata più rapidamente della funzione logaritmica della scala Richter. Siamo riusciti a creare qualcosa, a donare un po’ di serenità ai bambini di Piànola. Non li abbiamo trasformati in studenti modello, non abbiamo fatto dimenticare il terremoto. Ma siamo riusciti ad accendere sorrisi, ad incanalare la loro energia in qualcosa di costruttivo, a rendere una parvenza di normalità ai rapporti umani.

E’ in larga parte merito loro, che avevano già tutto dentro e mancavano solo di qualcuno a fare da catalizzatore.
Ma anche noi ci abbiamo messo tanto di nostro, riversando con foga anni di vita e scoutismo in questo campo di tende.
Abbiamo scoperto di essere capaci di applicare il servizio nel suo significato più puro, quello del mettersi a disposizione per qualcuno che ha bisogno.
E lo abbiamo fatto con la gioia nel cuore.



Mi resteranno tante, troppe cose. Quel blu elettrico delle tende, le parolacce di Sabah, le pagliacciate del Sindaco, il saluto “scout-pellerossa” di addio.
E una soddisfazione.
Di avere Silvio Berlusconi a cinque metri circondato dal capannello di folla e vedere le bambine che vengono a chiedere a me di firmare il berretto.

Certe cose non hanno prezzo.



Piazza Pilortera, Piànola


9 Risposte

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  1. lunetta said, on 20 aprile 2009 at 12:49

    *_*

  2. gemmin said, on 20 aprile 2009 at 23:37

    “Sì sì, te lo prometto.. Ciao Jaccopo..”
    E vedere le bambine che vengono a chiedere a me di firmare il berretto.

    Sei un sex symbol Popo!
    Bellissimo racconto.

  3. carcio said, on 20 aprile 2009 at 23:42

    Certo che potevate aspettare me e la Daria per la foto di gruppo…eccchecavolo

    VIVA GLI SCATOLI

  4. carol said, on 21 aprile 2009 at 11:41

    “E fanculo ‘ai scauti”
    che commozione amici

  5. clAcLa said, on 21 aprile 2009 at 16:03

    bravo jacopo! bella fotografia della difficilissima realtà caduta addosso a persone per cui la vita va avanti…
    “rendere una parvenza di normalità”: credo sia proprio questa la chiave dell’unico vero “aiuto” di cui possano aver bisogno. Una normalità che chissà se ritroveranno…

    Ma davvero ti sei messo a firmare autografi?!?!? 😛

  6. Mary Barbato said, on 21 aprile 2009 at 21:33

    Popo…Grazie..! Davvero… Bellissime parole…

  7. Ronin said, on 21 aprile 2009 at 21:50

    Altre belle parole di questa esperienza: http://www.fornaeffe.net/dblog/articolo.asp?articolo=54

  8. La Suonatrice di Calipso said, on 29 aprile 2009 at 21:36

    Te l’avevo già detto che m’era piaciuto molto no? 😉

  9. […] ai soccorsi nei giorni successivi al sima in Abruzzo del 2009 (ho raccontato l’esperienza qui). Quindi ho visto come si gestisce un’emergenza, com’è strutturata […]


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