Thin(k) Freedom

Guardare e Vedere

Posted in Personal miscellaneous by Ronin on 20 maggio 2009

Vertigini


Con i turisti ultimamente sono un po’ fissato.

Saltano spesso fuori nelle mie elucubrazioni, incarnando un modello negativo generato/imposto dalla società dei consumi.

Rappresentano bene una particolare metafora del modo di porsi, uno specchio dei diversi modi di relazionarsi al mondo fuori di sé.

Prendiamo un archetipo noto: il “turista d’assalto”.
Non “il giapponese”, perché sono giapponesi come sono italiani, americani o francesi…




Sono milioni.
Decine di milioni.
Non conoscono la stanchezza, la fame, l’impulso minzionale.
Vivono di un’impellenza sconosciuta fino a pochi decenni or sono, fatta di articolazioni muscolari in moto perpetuo, occhi che guizzano come palline da flipper, suole consumate, mani che stringono borse, borsette, sacchetti, tovagliolini.
Cortecce cerebrali bombardate di impulsi, gole riarse, intestini intasati di cibo plastificato, edulcorato, zuccherato, devitaminizzato.
Cuore e mente mandano lo stesso impulso, con sfumature diverse da persona a persona.
L’obiettivo è vedere.
Non guardare. Vedere.
Perché sono due cose diverse.



Di vedere sono capaci tutti, è un’attività incondizionata, slegata dalla volontà.
Chi fa del vedere una religione vola da un’attrazione all’altra, con un occhio sulla guida e un altro sulla mappa. Ogni tanto da una sbirciata a ciò che lo circonda, cerca di flashare con gli occhi il widescreen che gli si para davanti e poi riparte.
Anzi, il più delle volte immortala la scena con l’immancabile digitale, così da poter dimostrare di aver visto tutto, ma proprio tutto tutto quello che si doveva vedere.
Sono gli imperdibili, conosciuti in tutto il mondo, quelli che non si possono mica saltare. Se non torni a casa con le foto da mostrare a tutti (fatte dalla stessa angolazione delle immagini in cartolina, magari) puoi dire di esserci stato?
Serve una documentazione, delle prove. Milioni di reportage identici fatti da investigatori privati che lavorano per sé stessi.



Chi vede le cose le dimentica subito.
Gli impulsi neuronali si perdono fra le pieghe dell’encefalo, evaporano dalla memoria a breve termine.
Si ricorderà i luoghi compresi nel confine del rettangolo fotografato, ma tutto ciò che si trova intorno sarà del nero più buio.



Guardare implica un coinvolgimento emotivo, una forma di empatia che richiede uno sforzo mentale e fisico.
Se si guardano le cose non si è costretti a confinare i propri ricordi dentro forme geometriche.
Sarà come trovarsi in una sfera per la realtà virtuale, in cui tutto è davanti, dietro, ai lati, sopra e sotto. E le immagini saranno solo la prima cosa, la più consueta.
Se un luogo, una situazione, una persona, un albero lo si è guardato veramente, anche settimane, mesi o anni dopo ci saranno ancora i profumi, i suoni, le forme delle superfici.
Il brusio sommesso e ininterrotto delle chiacchiere, l’odore delle bancarelle e dei profumi femminili, il rumore dei passi, dell’acqua che sgorga, il ruvido del porfido a contatto con i pantaloni.
Tutto insieme, shakerato come nessuno strumento umano potrebbe mai fare, in miliardi di terabyte di informazioni incapsulati e sparsi in tutte le cellule del nostro corpo
E’ un attimo di mondo, un flusso di dati intrascrivibili che ogni giorno modificano le nostre coscienze come gocce di una cascata che vanno a riempire un lago.



Ma guardare è molto più difficile che vedere.
E’ un’attività che necessita di pazienza, un lavoro di cesellamento degno di un orafo.
Richiede una certa predisposizione mentale, lo sforzo di rallentare il ritmo in un mondo che ti chiede di accelerarlo.


C’è chi la chiamerebbe contemplazione, chi osservazione.

E chi, forse, comprensione…

Una Risposta

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  1. La Suonatrice di Calipso said, on 23 maggio 2009 at 12:13

    Essere turista vuol dire non aver lasciato mai casa propria.
    Per scoprire il mondo bisogna essere viaggiatori.

    O almeno, io l’ho sempre pensata così 🙂


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