Thin(k) Freedom

Pedalando verso Sud – Parte 1

Posted in On the Road by Ronin on 12 giugno 2009

La fu Spillo..

 

Dopo un’extreme adventure come il TMB non è facile trovare un’impresa in cui imbarcarsi per bissare il successo dell’anno passato.
Ma non è neanche finito l’inverno che i nostri si stanno già spremendo le meningi.

Se riguardo al Tour mi sfugge la scintilla che diede origine a tutto, ricordo benissimo quando iniziò a formarsi l’idea del cicloturismo.
Da Lino’s Coffe Shop, in Via D’Azeglio. Io e Simo davanti ad un caffè.
Stavamo bevendo uno di quegli enormi tazzoni caramellati/pannosi/diabetici e abbiamo pensato che nessun trekking avrebbe potuto eguagliare il TMB, perlomeno nei nostri cuori.
Che, insomma, si rischiava di ripetere stancamente uno schema già fatto, in cui cambiavano luoghi e paesaggi ma la sostanza rimaneva identica all’anno passato.
Se volevamo DAVVERO sbragare, dovevamo buttarci in qualcosa di totalmente diverso.

Si saranno posati gli sguardi sulle bici appoggiate ai colonnotti di Via D’Azeglio, forse.
O forse, semplicemente, l’unico mezzo (escluse le nostre gambe) che due 17enni come noi usavano con familiarità era la bicicletta.
Quindi, che bici sia.

Più ci pensiamo e più ci gasiamo.
Ci sembra ancora più avvincente che un trekking, che per sua natura copre un’area piuttosto circoscritta (a meno di non voler camminare due mesi).
Invece con la bici si macinano chilometri, in due settimane potenzialmente si attraversa l’Italia.
E’ un viaggio itinerante coi controcoglioni.

Abbozzando il percorso, la scelta cade praticamente subito sulla nostra Italia.
Già che in Francia il nostro massimo era “Bonjour, je voudrais deux baguettes, s’il vous plait”, figuriamoci se dovessimo attraversare intere nazioni con un paio di cartine e il nostro inglese da liceali.

Entrambi pensiamo quasi subito allo stesso posto: Toscana.
Verde a perdita d’occhio, strade fra i campi e i boschi, città medievali e poetiche, mare da un lato e colline appenniniche dall’altro.
Il meglio del meglio, insomma.
E Toscana sia.
E partendo da casina nostra, ovviamente, che sennò troppo facile.

Le linee generali ci sono, ora resta il lavoro di limatura che definisce bene tragitti, pernottamenti, equipaggiamento.
La parte più lunga insomma.

Per prima cosa, si coinvolgono compagni di viaggio.
Il Lollo è il primo a cui pensiamo, chiaro. Immancabile, ai nostri occhi.
Il Vico quest’anno dovrà rinunciare, visto che sarà a trattoreggiare tutta l’estate per la campagna parmense.
E anche Luchino non è disponibile, causa maturità.
Si propone anche Dede (ormai tutti vogliono venire con noi, dopo i racconti epici del TMB), ma il menisco acciaccato gli nega categoricamente il permesso.

Poco male, dicono che 3 sia il numero perfetto, no?
E così evitiamo di portare due tende, che aumenterebbero notevolmente il peso.
L’ormai leggendaria Locust (storica tenda a tre posti della Famiglia Volta) sarà il nostro unico tetto per un paio di settimane.

I problemi maggiori, stringi stringi, sono essenzialmente le bici e le borse.
Appurato che non si possono portare zaini (a meno di non volersi ritrovare con la schiena bloccata la mattina del secondo giorno), delle capienti borse da attaccare al portapacchi sono l’unica soluzione.

Girando buona parte dei negozi di Parma ci rendiamo presto conto di una cosa: il cicloturismo è una forma di viaggio in estinzione e lo prova la difficoltà con cui reperiamo i (pochi) materiali specifici che ci servono, soprattutto le borse.
Ci propongono di tutto, dalle borse da città da 3 litri l’una alla saccoccia ugualmente capiente da attaccare sul manubrio.
Pare che borse appositamente pensate per viaggiare in bicicletta siano cosa rara.
O forse, semplicemente, siamo noi ad essere un po’ sprovveduti e a non sapere dove cercare.
Alla fine troviamo comunque qualcosa che può andare, perlomeno sono capienti.
E ci siamo troppo rotti le palle di girare tutti i negozi di bici di Parma.

Il tragitto viene scelto minuziosamente giorno dopo giorno.
Decidiamo in anticipo dove pernottare, per il semplice fatto che dobbiamo prenotare i campeggi.
Piantare la tenda nel primo campo che si trova può andare bene sulle alpi francesi, non nelle campagne toscane.
Qualche telefonata ci tranquillizza sulla disponibilità di posti.
Per fortuna luglio non è ancora alta stagione e ci assicurano che non ci saranno problemi.
I casini saranno poi altri..

Inutile specificare che, come il TMB, anche questo viaggio sarà all’insegna del purismo: niente ostelli (come fanno molti cicloturisti per ridurre il peso da portare), niente ristoranti.
Tenda e fornellino, inseparabili compagni di scorribande dei veri scout.

Terminati i preparativi, compilati i soliti elenchi di roba da portare, depennato tutto ciò che è superfluo, provata la capienza delle borse, fugate le ultime perplessità, siamo pronti per la nostra avventura.

 

Manco in questo caso ricordo il giorno preciso.
Indicativamente inizio luglio, comunque.

Mattina presto, tutti a casa di Simo per partire (anche allora, mai che muovesse il culo per primo).
Foto di rito e via.

Il primo giorno decidiamo di pernottare sulle ridenti colline parmensi, nella casa dei nonni. Raggiungere la toscana subito ci sembra troppo, non siamo abbastanza allenati. Mettere in moto i muscoli, sfruttando un casa gratis, ci sembra un’ottima soluzione.

Tragitto iniziale piuttosto palloso, poco da fare. C’è da uscire dalla civiltà. Evitiamo le strade principali, perlomeno.
Comincia a diventare interessante da Langhirano in poi, ma soprattutto nei 5 km finali di salita tiratissima prima del paese, uno spezzagambe unico.
Ce lo aspettiamo, quindi nonostante la velocità ridotta (un vecchio cieco con le stampelle sarebbe più rapido) arriviamo senza problemi.

Dopo un buon pasto, riceviamo anche la visita della cumpa, che ci viene a trovare per salutarci e augurarci buon viaggio.
Essendoci ospiti, posso limitarmi allo svacco sul prato?
Certo che no. Mi sento come minimo in dovere di mostrare le meraviglie della natura circostante.
I malcapitati vengono così trascinati contro la loro volontà in una scampagnata con allegata la visita guidata all’antico mulino.
La giornata passa così al fiume, con i ciclisti che non paghi della pedalata si imbarcano nella costruzione di una diga, mentre gli altri dormicchiano o cazzeggiano.
La sera cuociamo sul fuoco due pezzi di carne (perché chiamarle bistecche non renderebbe giustizia) di proporzioni monumentali, mangiandoli praticamente crudi perché avevamo troppa fame per lasciarli ancora sul fuoco. Quei due pezzi di porcello rimarranno sempre nei nostri cuori.

La mattina dopo partiamo di buon ora, consapevoli della fatica che ci attende.
Ci vorrebbe Simo e il quadernino con tutto il tragitto, perché la mia memoria fa come sempre cilecca.
Ricordo che siamo passati da Lagastrello, ma i paesi incontrati sulla via non me li chiedete.
Fatto sta che erano in salita. Decisamente in salita. Più di quella a cui dei cittadini come noi erano abituati.
Sembra davvero di non arrivare mai a questo cazzo di Lagastrello. Ad ogni paese (Monchio e Rigoso me li ricordo) guardiamo la cartina perché non ci sembra vero che sia così lungo. Simo è colpito dai crampi, ma da sportivo navigato riesce a superare brillantemente il momento di down.

Mi rendo conto che rispetto alla macchina, la bici (e ancora di più le gambe) fa scoprire una bella e nuova prospettiva delle distanze.

Finalmente ci rendiamo conto di essere quasi arrivati, e da bravi ignoranti ci lanciamo in volata per vedere chi arriva primo.
Vinco io, unica soddisfazione che l’ultima ruota del carro si prenderà per tutto il viaggio.
Per fortuna, una delle grandi leggi della vita è che se c’è una salita, prima o poi ci sarà anche una discesa. Così è, e cominciamo a scendere per la sequenza infinita di tornanti che ci porteranno ai primi paesi toscani.
La velocità e il vento sul viso sono una sensazione impagabile dopo il sudore e l’oppressione della salita.

Si continua per stradine tortuose immerse nel bosco. Una quiete e un senso di appartenenza alla natura assoluti. Uno dei pezzi più belli del viaggio, di cui mi restano moltissime sensazioni nonostante lo stato fisico patetico in cui ci trovavamo.

Arrivati finalmente a destinazione cominciano a saltarci all’occhio i primi inconvenienti legati al fatto di essere in bici: i campeggi sono raramente nel centro di un paese/città. Si trovano magari appena fuori, a dieci minuti di macchina. Che però se uno non viaggia in auto la cosa può diventare meno banale…
Così il campeggio di Fivizzano ci mette sotto gli occhi per la prima volta la stupidità del mondo civile e motorizzato, insensibile alle fatiche degli eroici cicloturisti.
Perlomeno è un bel campeggio, con tanto spazio e la piscina, in cui sono tutti felici di potersi tuffare dopo la sudata della giornata.
O meglio, tutti tranne il sottoscritto, notoriamente allergico all’acqua, che dopo 5 minuti comincia a prendere coscienza dell’irritante umidità del liquido e fugge a vestirsi.
Cena pantagruelica (che bella parola è?), risotto in busta fino a scoppiare, poi a nanna.

Prima di addormentarmi di sasso, penso che non c’è altro posto al mondo in cui vorrei essere.

 

[continua…]

Acido lattico che cola..

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