Thin(k) Freedom

Pedalando verso Sud – Parte 2

Posted in On the Road by Ronin on 15 giugno 2009

Autoscatto

La terza giornata comincia nel migliore dei modi, mentre ci intratteniamo al bar con un camionista che butta giù grappa come fosse esta thè.
Ma purtroppo paghiamo la pedalata del giorno prima: muscoli doloranti, mal di culo (nonostante i calzoncini imbottiti), sensazione diffusa di spossatezza.
A farne più le spese sono io, che per i primi 2-3 chilometri sono davvero a terra. Ogni cento metri devo fermarmi perché cominciano a passarmi le lucine davanti agli occhi e a mancarmi le forze.
Mi viene un po’ di caga, lo ammetto, per la terrorizzante possibilità di dover rinunciare se un tale stato pietoso dovesse permanere.
Per fortuna è solo il fisico che si deve abituare, e lentamente riesco ad ingranare e ad evitare di svenire in mezzo alla strada.

Il tragitto è relativamente breve (per compensare allo svalico del giorno prima), ma è una zona molto collinosa, con la strada che zigzaga su e giù senza ritegno.

Dovete sapere che il nostro purismo ci porta a dover dimostrare (a non si sa chi) di essere veramente cazzuti, quindi teorizziamo dal nulla due “tabù ciclistici”: il primo è il rapporto più basso delle marce, quello che aumenta al massimo il numero di pedalate, accorciando il passo della bici e aiutando nelle salite. E’ ovviamente segno di estrema onta, una vera e propria dichiarazione di forfait, che viene messa in ombra solo dall’altro tabù, ancora più assoluto: spingere la bici a mano, gesto impensabile e disgustoso, che tanto varrebbe coricarsi sull’asfalto e aspettare di essere uccisi da un suv.

I (pochi) spettatori che passano assistono quindi allo spettacolo imbarazzante di tre adolescenti a cavallo di bici stracariche che rampano per le salite ai 2 km/h, stoici nei loro principi morali.

Arrivati a Castelnuovo di Garfagnana trovare il campeggio è ancora peggio del giorno prima, stavolta è DAVVERO fuori dal paese, nascosto come non mai.
Però la fatica è ripagata del tutto: arriviamo in un luogo splendido, immerso in un bosco di alberi altissimi e maestosi. Indubbiamente uno dei campeggi migliori dove sono stato nella mia vita, e vi assicuro che ne ho girati tanti.
Visto che siamo arrivati presto decidiamo di andare in paese a fare la spesa. Ci spiegano che la strada che abbiamo fatto per salire è la più lunga, visto che c’è una scorciatoia che porta dritto nel centro abitato. All’inizio smadonniamo, poi mentre percorriamo quel sentierino di 40° di pendenza conveniamo che forse è stato meglio fare la strada più lunga.

Dopo aver fatto rifornimento di viveri torniamo al campeggio, e ci rilassiamo fra doccia e sonnellini.

La sera vede la luce quello che sarà uno dei (tanti) simboli del viaggio, la specialità culinaria che accompagnerà buona parte delle nostre serate.
Non so se scrivere il nome con la sua giusta pronuncia sia possibile, perlomeno con un alfabeto conosciuto all’uomo. E’ tipo “Brodausus”, ma dev’essere pronunciato con un’intonazione tutta particolare che mettere per iscritto è impossibile.
E’, in soldoni, una specie di gulasch con salsicce, bocconcini di pollo, fagioli, cipolla e passata di pomodoro. La merenda dei campioni, insomma. Ingenti quantità di calorie per rinfrancare lo spirito degli avventurieri.
Peccato che una tale prelibatezza non sarà poi portata ai palati della società civile, forse inconsciamente convinti che questa nostra passione fosse più legata al fisico stremato di quei giorni che al suo reale valore.

Dopo cena portiamo avanti un’amabile conversazione con un giovane autoctono, primo vero esemplare di quella tanto affascinante tipologia di toscanaccio dalla parlata aspirata. Ci racconta delle sue avventure con la moto da cross e noi ascoltiamo inebetiti e affascinati questo essere gesticolante che parla come se avesse un’asma perenne.

Il giorno dopo ci svegliamo tonici e riposati, smontiamo tutto e ci tuffiamo giù per la scorciatoia.
Arrivati in paese ci infiliamo nel supermercato per la nostra colazione tipica: mezzo litro di latte (fresco e intero, precisiamo) freddo, buttato giù a garganella con una quantità spropositata di biscotti e/o merendine.
Grazie al cielo non siamo ricettivi al caghetto.

Mentre ce ne stiamo seduti fuori dal supermercato a mangiare da bravi zingari, viene giù l’ira di Dio, un temporale da fine del mondo, con servizio completo di lampi, tuoni e fulmini.
Restiamo sotto la tettoia a ridere come matti delle grondaie che tracimano e dei fiumi d’acqua che corrono per le stradine di acciottolato, andando probabilmente ad invadere la cantina di qualche paesano.

Finito il rovescio rapidamente com’era iniziato, siamo pronti a partire.
Destinazione: Lucca.

Ci troviamo in una delle strade più brutte del viaggio: uscendo dagli appennini ci lasciamo dietro le stradine a tornanti e ci tocca percorrere alcune statali.

Si ottimizzano sicuramente i tempi, ma il piacere del viaggio indubbiamente ne risente e anche la nostra incolumità viene messa a dura prova dai tir giganteschi e dalle auto sfreccianti.

Poco da dire sul viaggio, cullato del freddo alito della morte che ci sentiamo sul collo quasi perennemente.

E’ chiaro che le statali a 3 corsie per senso di marcia non sono state pensate per le biciclette.

Arrivati alla periferia di Lucca telefoniamo al campeggio per farci spiegare di preciso il posto e il tipo ci risponde candidamente che si trovano a Viareggio. Quando gli faccio notare che su internet c’è scritto “località: Lucca” ribatte che sono sì e no 15-20 minuti di macchina.

Cerco di essere superiore e non lo mando a fare in culo.

In compenso gli diamo buca e proseguiamo verso Pisa, unendo così due tappe.

Prima però facciamo un giro sulle mura di Lucca, alle quali sono molto affezionato da assiduo frequentatore della fiera del fumetto ivi locata.

Sembra un po’ di pedalare per il Parco Ducale, con il terreno coperto di ghiaino e la gente che passeggia, le carrozzine, gli anziani, le coppiette. Solo che stiamo pedalando sulle mura della città, e mi fa sempre un certo effetto.

E’ come se avessimo una Cittadella che circonda tutta Parma.

Grandi emozioni quando passiamo per una galleria e i due compagni sbiancano mentre io rischio di farmi uccidere zigzagando per evitare i tombini.

Secondo me si preoccupano troppo e glielo faccio notare girando il busto di 90° e spiegandoglielo pazientemente.
Ma loro sembrano preoccuparsi ancora di più per la mia andatura da alcolizzato e i clacson delle macchine, o almeno è quello che mi sembra dalle loro urla convulse.

Al camping ci mettiamo comodi, visto che per il giorno seguente abbiamo deciso di interrompere la pedalata per recuperare le forze e visitare un po’ la città.

A cena i nostri vicini di tenda tedeschi ci offrono il loro “parmesan cheese” per i tortelli, e ci si gonfia un po’ la vena per questo insulto. Il parmigiano doc dentro di noi vorrebbe dirgli di infilarsi quel fottuto formaggio di plastica su per il culo, ma poi conveniamo che erano ben intenzionati.

In fondo non è mica colpa loro se sono nati in una terra di selvaggi dove la maggior prelibatezza sono i wurstel con i crauti.

Il giorno dopo bighelloniamo in giro per Pisa, facendo i giapponesi in Piazza dei Miracoli.

Riflettiamo se è il caso di fare la foto strainflazionata dell’illusione ottica di essere appoggiati alla Torre di Pisa, ma non vogliamo ancora giocarci l’ultimo barlume di dignità che ci resta.

La visita turistica è comunque abbastanza fallimentare, essenzialmente per un motivo: siamo dei vagabondi ignoranti, partiti per sputare sangue per le colline toscane, e non abbiamo né i soldi né la predisposizione mentale per visitare chiese e musei.

Mi viene il dubbio che in questi giorni di fatica le nostre menti si siano atrofizzate, magari stiamo diventando degli muli senza cervello. Questo spiegherebbe la nostra difficoltà nel portare a termine compiti basilari come trovare un campeggio in un paese o uscire da una città senza entrare nell’autostrada.

Cerco di risolvere la cosa comprando un po’ di fumetti Bonelli nella prima edicola che trovo. Tex, Dylan Dog, Napoleone, Magico Vento. Cibo per la mente.

Poi mi viene in mente che ho un libro.

Sì, perché io mi sono portato un libro. Due borse grandi come un eastpack per il materiale di due settimane ma io non riesco a rinunciarci, mi sento nudo a partire senza un libro.

E’ la prima giornata in cui abbiamo un po’ di tempo libero, così tutti e tre prendiamo lentamente coscienza di un fatto spaventoso nonché gravido di conseguenze: quest’anno non c’è il Vico.

Colui che a Chamonix era stato sfruttato come una colf filippina per i quattro giorni di svacco, apparecchiando, cucinando, pulendo e facendo la spesa.

Il terrore si impadronisce di noi, ma è una cosa breve.

Io e il Lollo ci rassereniamo quando ci rendiamo conto che Simo (detto, chissà perchè, “il paranoico”) è il perfetto sostituto.

Attuiamo così una tattica collaudata: Sandri afferma con tono categorico che “è in villeggiatura”, frase topica che per qualche inspiegabile motivo lo ha sempre sollevato da ogni minimo senso di colpa dovuto al non fare un cazzo.

Io mi immergo in un fumetto a caso ed entro in una di quelle trance mistiche dal quale è impossibile che riemerga sotto costrizione, a meno di gravi conseguenze. Come svegliare un sonnambulo, praticamente. Potrei uccidervi a badilate.

Quindi il lavoro viene interamente subappaltato a Simo, che si occuperà del 95% delle attività necessarie per la sopravvivenza per il resto del viaggio. Il Lollo ogni tanto darà una mano a cucinare. Io leggerò fumetti.

[continua…]

Borse che si fanno sentire..

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