Thin(k) Freedom

Pedalando verso Sud – Parte 4

Posted in On the Road by Ronin on 21 giugno 2009

Visuali da Volterra

Col cuore in mano, ci ricolleghiamo alla nostra ormai affezionata Aurelia, che ci porterà fino a Cecina costeggiando il mare.

E’ un pezzo piuttosto breve, e superata la piccola cittadina di Marina di Cecina ci avviamo verso l’entroterra toscano, che ci riporterà velocemente sulle salite dopo diversi giorni di infinita pianura.

Cominciati i primi dislivelli ci sentiamo già più a nostro agio. Le gambe faticano a riambientarsi, ma la vista delle colline verdeggianti relega in un angolino della mente il ricordo delle nostre quasi fidanzate.

Non so bene perché, ma di questo tratto ho dei ricordi un po’ sfumati, fatti di tante sensazioni scollegate, che non riesco a riportare ad un itinerario e tempistica definiti.

Ricordo una villa a lato della strada, difesa da un cane gigantesco che ci corre incontro abbaiando furiosamente. La strada gira intorno alla casa, e ci assale una certa dose di terrore: oltre la curva cieca potrebbe continuare la rete metallica, ma potrebbe esserci anche un cancello aperto, o un recinto facilmente scavalcabile.
Così acceleriamo a dismisura, toccando una velocità assurda per quella pendenza, finché ci accorgiamo che la casa è ben difesa e il mostro ringhiante non può uscire ad ucciderci.

Ricordo, sempre dopo questa salita non indifferente, uno scollinamento coi fiocchi, giù per una discesa ripidissima sulla quale mettiamo alla prova freni e incolumità.

Il mio cronometro supera i 50 km/h e ci sentiamo realizzati.

Il fatto che nessuno abbia lasciato i denti sull’asfalto è segno della benevolenza degli Dei nei confronti della nostra impresa.

Ricordo un paese chiamato “La California-Bibbona” (giuro), oggetto di scherno per il paio d’ore a seguire.

Ricordo la consapevolezza che ha invaso le nostre menti quando ci siamo resi conto che “SS” stava per “Strada Statale”, “SR” per “Strada Regionale”, “SP” per “Strada Provinciale” e “SC” per “Strada Comunale”. Una cosa talmente lampante da essere una rivelazione senza precedenti, una delle imperscrutabili leggi che governano il mondo che si accende davanti ai nostri occhi.

Ricordo il gelato comprato in un bar a lato della strada e il conseguente intrattenimento con gli autoctoni in pensione, divertiti e ammirati dal nostro viaggio.

Ricordo i gruppi di fagiani che scorrazzavano nei prati a lato della strada, e che noi fissavamo con sguardo affamato e lascivo, che manco un diabetico di fronte a una Sacher.

Ricordo il paranoico che si ferma ad ogni fontana a riempire le borracce.

Che siano piene o meno non ha importanza.

Se sono vuote, le riempie.

Se sono piene, le svuota tutte e le riempie di nuovo.

Quale sia il senso non la sappiamo bene, lui forse ancora meno.

Ma è tanto dolce e lo lasciamo fare.

Ma c’è una cosa che ricordo meglio di tutte.

Mi ricordo Volterra.

E mi ricordo, cazzo, la salita per arrivarci.

Perché dopo una giornata passata a pedalare su e giù per le colline toscane, arrivare al traguardo e trovarsi un altro paio di centinaia di metri di dislivello butta un po’ giù il morale. Anche se te lo aspetti.

Percorriamo quest’ultima salita ad una velocità vergognosa, fermandoci ogni pochi metri con l’acido lattico che cola giù per le gambe.

Arrivati in cima, però, la fatica viene ripagata.
Siamo in questa piccola cittadina che domina tutta la valle circostante, arroccata a mo’ di regina sull’altura rocciosa che abbiamo tanto faticato a conquistare. Ogni metro interno alle mura è sommerso di piccole case medievali costruite fianco a fianco una sull’altra, come a una folla pressata che spinge per ritagliarsi un pezzetto di cielo in cui respirare.

Le viuzze coperte di porfido e acciottolato sono un dedalo geometricamente disordinato, una ragnatela i cui fili si incrociano e si separano senza una logica apparente.

L’insieme da una sensazione magica ma che allo stesso tempo intimorisce. Mi sento opprimere per i secoli che trasudano le pietre e il selciato.

Poi certo, ci sono i negozi di souvenir, i turisti con le macchine fotografiche e le auto che non si sa come riescono ad infilarsi nei pertugi più improbabili.

Ma sono fortunato.

Ho un’immaginazione che riesce a scremare la poesia dalle stonature che gli occhi inevitabilmente registrano.

Il giorno dopo bighelloniamo per il paese, godendoci un po’ di riposo e immergendoci in quest’atmosfera d’altri tempi.

Decidiamo anche che siamo abbastanza ricchi per poterci concedere un pasto non cucinato da noi.

Niente di più che una pizza, chiaramente. Rigorosamente senza bibita e senza caffè, che mica siamo Bill Gates.

Siamo anche affascinati da un museo sulle torture medievali, ma anche qui prevale la piocioneria e rinunciamo.

Riflettendoci a posteriori eravamo ad un livello di maniacalità senza limiti, riguardo alle spese. Stavamo attenti veramente anche ai 2€.

Non che sia negativo di per sé, ma riguardo a certe cose mi sono pentito di aver sempre avuto le braccine così corte.

Durante il pranzo immortaliamo il nostro avvenuto incontro col Cristo, documentato dalle stimmate che portiamo sui dorsi delle mani. I guantini della bici hanno voluto omaggiarci di questa originale tintarella.

Pomeriggio di relax, che io passo leggendo il Candido di Voltaire, mentre quelle due capre ignoranti disturbano il mio tentativo di acculturamento lanciandomi oggetti e parlandomi nelle orecchie.

Mi passa per la testa di usare qualche corpo contundente contro di loro, ma poi penso alla massima voltairiana: “La serenità dell’animo rende l’uomo tollerante”.

Decido quindi che sono troppo in pace con me stesso per farmi irritare dai dispetti puerili di questi due idioti.

La mattina seguente partiamo di buon’ora per l’ultima tappa del nostro giro, con destinazione Siena.

E’ incredibile come più ci avviciniamo alla fine del viaggio meno ricordo quello che è successo.

Sarà che gli ultimi giorni li vivevamo in modo più routinario rispetto ai primi, che erano ancora elettrizzati dall’aura di novità.

Per la prima volta da quando siamo partiti il tempo è abbastanza brutto, con un cielo coperto di nuvoloni neri che non promettono niente di buono.

Infatti già in tarda mattinata comincia a piovere e siamo costretti a coprirci alla bellemeglio (che bella parola d’altri tempi) con le nostre giacche Marmot e Patagonia, fide compagne del Tour du Mont Blanc che questa volta speravamo di non dover usare.

Ad un certo punto l’intensità della pioggia diventa esagerata e siamo costretti a rifugiarci sotto una fermata dell’autobus, dove aspettiamo la fine del rovescio con atteggiamenti che variano dalla frustrazione incazzata alla risata isterica.

Appena il temporale estivo pare rallentare ripartiamo, abbiamo smania di arrivare a di asciugarci al “caldo” del campeggio.

Appena arrivati piantiamo rapidamente la tenda, con la compagnia di una pioggerellina fine e odiosa, e corriamo subito sotto una meritata doccia calda.

Durante la cena si pone il problema di cosa fare ora. In teoria avevamo tenuto un ultimo giorno per visitare Siena, ma visto il tempo non è che siamo molto invogliati.

Metteteci il malumore dettato dalla pioggia, metà dell’equipaggiamento bagnato (o nel migliore dei casi umido), la stanchezza cronica che si fa sentire dopo 10 giorni di vagabondaggi, e capirete come non fossimo molto predisposti verso il turismo.

Oltre al fatto che i giorni fermi nelle città si sono rivelati i meno interessanti del viaggio.

Andiamo a dormire spossati e incazzosi, anche un po’ sorpresi di essere così metereopatici.
Perlomeno la voglia improvvisa di tornare al nido ci fa sentire meno la tristezza per la fine dell’avventura.

La mattina dopo, al pagamento del campeggio, al Lollo danno per sbaglio 20€ di resto in più. Da qui grande dilemma morale riguardo alla possibilità di restituirli o di usarli per il pranzo.
Mi vergogno a dirlo, ma scegliamo la seconda ipotesi, giustificandola eticamente in non so qualche maniera.

La piocioneria vince ancora, tutto ciò che ci permette di risparmiare denaro è ben accetto.

Dopo un cambio e qualche ora di treno (con le bici nell’apposito vagone) siamo finalmente a casa.

La stazione di Parma è da sempre la prima cosa che mi fa sentire a casa, di ritorno da campi, route e viaggi. Un po’ quando scendo dal treno e mi avvio per la banchina, ma ancora di più quando salgo le scale che sfociano nell’entrata a vetri principale; quelle scale da cui intravedevamo i genitori in attesa di noi scout sporchi e affamati, e da cui ora mi si mostrano agli occhi i primi scorci della mia bella città.

Per qualche assurdo motivo invece di andare subito a casa passiamo prima a salutare il Bob di Tuttofumetto, così giusto per vantarci un po’ dell’impresa con qualcuno.

Poi dritti a casa mia, per smembrare le parti dell’equipaggiamento in comune e vantarci un altro po’ con fratelli e genitori.

Appena prima di arrivare al Lollo si buca la ruota posteriore della bici.

490 chilometri percorsi nel Centro Italia e l’unica volta che foriamo è a duecento metri da casa mia.

Probabilmente le Parche si sono divertite troppo ad osservarci nel nostro viaggio, potevano risparmiarci un ironico segno della loro approvazione?

Stimmate

12 pagine.

38.000 battute.

Quando mi è venuto lo schizzo di iniziare non pensavo sarebbe venuta fuori una cosa così lunga.

Mi sono lasciato trasportare dai ricordi, e le parole fluivano dalla mente alle dita senza che potessi controllarle.

E devo dire che da una bella sensazione, condividere così episodi che altrimenti resterebbero nella mente di sole tre persone.

Magari fra dieci anni tornerò a leggere questo racconto e recupererò dalla memoria momenti che sepolti sul fondo da mille altri ricordi.

Spero di aver trasmesso un po’ delle emozioni che abbiamo vissuto in quei giorni, anche se non basterebbero un milione di parole per contenerle.
E spero, perché no, che qualcuno si senta ispirato dalle nostre “imprese” (passatemi un po’ di vanteria), e magari si butti su qualche sogno che è sempre stato troppo impaurito e indeciso per fare.

“Porta itineris dicitur longissima esse”, dicevano gli antichi.

Superare la soglia di casa è la parte più difficile, poi è tutta discesa.

(Aprile 2008)

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