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Referendum: fra informazione e ideologia

Posted in Dategli brioches by Ronin on 8 giugno 2011

Lo dico senza troppi giri di parole: in questi giorni sto storcendo il naso per il referendum.

Mi trovo immerso in un clima di partecipazione innegabilmente affascinante, con milioni di persone che si mobilitano e si muovono attivamente per partecipare alla vita politica.

E questa cosa dovrebbe farmi piacere di per sé, per il valore civico riscoperto dai cittadini.

E per una parte del mio essere, che chiamerò “politica”, è effettivamente così. Commuove vedere un impegno che si credeva sopito nel profondo, sia dalle persone più vicine a me che nella società in generale.

Ma c’è una parte di me, quella “scientifica”, che ha preteso di informarsi in modo obiettivo e non ideologico per dare il proprio voto con cognizione di causa.

E sono giunto a conclusioni in parte diverse da quelle che la mia appartenenza politica indicherebbe come “ovvie” (ma perché poi?).

Prima di tutto, trovo che i media stiamo facendo il loro lavoro in modo pessimo. Forse avrò un’idea romantica del giornalismo, ma per me un quotidiano nazionale che si propone di dare voce all’ala progressista del paese non può comportarsi da militante.
Sto parlando ovviamente di Repubblica, un giornale che leggo abitualmente e di cui apprezzo le firme, ma che ultimamente sta prendendo una deriva che non tollero, e che si esprime bene in un’immagine: quella del “professorino”.

Repubblica sembra evidentemente considerare i propri lettori degli idioti, che devono essere indirizzati verso “la cosa giusta” perché non in grado di prendere decisioni informate. E questo è totalmente palese dall’impostazione del quotidiano in queste settimane vicine al referendum.

Per me un giornale dovrebbe trattare un evento delicato come il referendum nel modo più obiettivo possibile: si presentano i quesiti, con tanto di link alle leggi (che non ho mai visto, eppure sarebbe la fonte primaria, quella che si intende abolire..), con editoriali/articoli d’opinione nello stile “pro-contro”, preferibilmente scritti da professionisti del settore di comprovata esperienza.

Invece mi sembra che media e politici stiano cavalcando l’onda popolare senza un fine realmente giornalistico, che sarebbe quello di informare in modo imparziale, aiutando i cittadini a formare le proprie opinioni. I vari giornali hanno esplicitato da settimane la loro posizione, senza lasciare spazio ad opinioni anche lontanamente divergenti dalla linea editoriale. Come se invece di un quesito su cui gli elettori sono chiamati ad esprimersi (e quindi passabile di diverse interpretazioni ed opinioni) si stesse parlando di una verità già scritta (quella dei “QUATTRO SI”) che deve essere diffusa fra più persone possibile. Non credo che questo debba essere il fine dell’informazione e della politica.
E mi sono reso conto di non essere l’unico a pensarla così (“Se i politici seguono il gregge” di Luca Ricolfi).

Si badi, non dico queste cose solo basandomi sulle homepage dei quotidiani di sinistra (che trovo comunque poco professionale), ma proprio per le informazioni sbagliate o parziali che vengono fornite.

Il quesito più delicato è evidentemente quello sull’acqua. Se non per importanza, per il fatto che il nucleare è già intrinsecamente avverso agli italiani (che infatti l’avevano già mandato in pensione) e risente per di più della paura causata dell’incidente di Fukushima. Quindi, nonostante il dibattito aperto fra gli esperti di politiche energetiche (riguardo a costi, opportunità, dipendenze, ecc.), l’opinione dei cittadini mi sembra abbastanza indirizzata. Idem per il legittimo impedimento, verso il quale nessun elettore di sinistra ha alcun dubbio (mentre quelli di destra probabilmente sono al più disinteressati).

Invece l’acqua è più complicato per due ragioni: primo perché il quesito è più tecnico. Mentre per gli altri due si tratta di abolire le “norme per la produzione di energia nucleare” e le “norme in materia di impedimento a comparire in udienza”, le leggi sul servizio idrico sono più tecniche e complesse da capire. Secondo perché si rispolvera l’antico dualismo stato-mercato, che tradizionalmente è una delle divergenze più sostanziali fra le posizioni di destra e sinistra, ed è quindi un terreno permeabile a posizioni “di principio” non realmente meditate.

In realtà, andando a leggere analisi un po’ più tecniche, ho visto che le leggi sul servizio idrico che si vogliono abrogare:

1. non c’entrano niente con la “privatizzazione” dell’acqua in senso letterale, ma riguardano le gare d’appalto per la fornitura del servizio (aperte sia al pubblico che al privato).

2. esplicitano un principio assolutamente ragionevole che è quello della copertura dei costi da parte della tariffa (il c.d. full cost recovery), ed è questo il senso del famoso inciso sulla remunerazione del capitale.

E alla fine ho deciso che voterò NO ai due quesiti sull’acqua. Semplicemente perché dalle informazioni che ho trovato (da diverse fonti che ritengo affidabili) sono giunto alla conclusione che la natura pubblica del bene non è assolutamente messa in dubbio e che le due leggi che si vogliono abrogare non fanno danno ai cittadini (non per quello che si può vedere almeno, i processi alle intenzioni li evito).

So che molte persone non condivideranno questa scelta, ma non posso tradire la mia onestà intellettuale dando un voto ideologico quando la mia testa mi dice un’altra cosa.

Oltretutto, studiando io una scienza sociale come l’economia politica il torto sarebbe ancora maggiore, visto che si suppone io approfondisca questi argomenti e li tratti in modo scientifico.

Evito le spiegazioni tecniche che mi hanno fatto arrivare a questa conclusione, per il semplice fatto che non le ho pensate io ma professori ben più preparati, e mi sembra quindi un po’ un “plagio” ripeterle qui. Quindi vi rimando a questi due articoli, che riassumono bene le ragioni della mia scelta:

Referendum sull’acqua: le domande giuste” di Andrea Boitani e Antonio Massarutto

La risposta ai commenti” di Andrea Boitani e Antonio Massarutto

Il secondo è abbastanza “battagliero” a sua volta (visto che è una risposta ai commenti ricevuti nell’articolo vero e proprio), ma forse è più incisivo e terra-terra del primo, e quindi più comprensibile.

 

 

p.s. Resta il fatto che negli altri due quesiti voterò un convinto SI’.

Ma anche in questo caso perché ho, per quanto possibile, riflettuto a fondo sugli argomenti. Facendo l’avvocato del diavolo e cercando le ragioni di entrambe le parti.

Tutti sicuri di averlo fatto?

5 Risposte

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  1. Lorenzo said, on 8 giugno 2011 at 23:21

    c’è un tema che ritorna sempre nei tuoi scritti,cioè il dualismo scientifico/ideologico.
    Molte volte secondo me ne abbiamo parlato senza mai, secondo me, chiarirci sull’argomento, forse perchè diamo significati diversi delle due parole. Io per esemio non vedo il dualismo ma le sovrappongo.

    Tu che cosa vuoi dire quando dici “questo è scientifico” e “Questo è ideologico”?

  2. Ronin said, on 8 giugno 2011 at 23:40

    Intendo che in passato ho sempre dato certe posizioni per scontate perché ritenevo fossero giuste a prescindere.
    Mentre ora, dopo 5 anni di studio dell’economia, ho degli strumenti in più e quindi cerco di ragionare sulle questioni economiche e politiche senza farmi influenzare da preconcetti.

    Poi ovviamente il termine “scientifico” va usato in senso lato, visto che l’economia politica non è matematica, dove ci sono leggi fisse e indubitabili, e ci sono molte risposte possibili allo stesso problema.
    Mi riferisco all’approccio scientifico, cioè il trarre conclusioni in base a dati ed esperimenti/esperienze, che è l’opposto del cercare di dimostrare qualcosa di cui si è già convinti a priori.

    Poi ovviamente uno è liberissimo di votare quello che ritiene giusto, ma che perlomeno si basi su informazioni corrette e non su slogan.

  3. Lorenzo said, on 8 giugno 2011 at 23:52

    ti ringrazio perchè hai esposto bene il problema di comunicazione.

    “Poi ovviamente il termine “scientifico” va usato in senso lato, visto che l’economia politica non è matematica, dove ci sono leggi fisse e indubitabili, e ci sono molte risposte possibili allo stesso problema.
    Mi riferisco all’approccio scientifico, cioè il trarre conclusioni in base a dati ed esperimenti/esperienze, che è l’opposto del cercare di dimostrare qualcosa di cui si è già convinti a priori.”

    Nella prima parte affermi che l’economia è una scienza sociale, quindi aperta (per dirla con lo scritto di Pasinetti che ti ho mandato) a diversi gradi di libertà. Non determinista.
    Nella seconda parte però applichi ai soggetti economici i criteri di una scienza esatta come la fisica, la chimica etc.

    E mi pare, sia dal tono che dall’uso che ne fai qui o altrove, che questa seconda definizione sia quella che ti convince di più.

    Se però definiamo l’ideologia non come falsa coscienza,bensì come quel gruppo di assiomi predeterminati che ognuno di noi ha, e attraverso il quale interpreta il mondo (o costruisce teorie su di esse), la mia teoria economica e le mie posizioni successive sono ideologiche quanto le tue scientifiche.

    Penso ci sia una sola teoria che viene insegnata come esatta. E che questa è anche la teoria che nega la possibile di esistenza di altre teorie. E che nega che esistano presupposti indimostrabili o che i suoi sono ovviamente veri (al contrario di quelli degli altri).

    Io ho l’impressione che quando tu dici “non ideologico” tu intenda (nel mio vocabolario) con pluralista. Non ti vuoi fermare alla prima.

    Proprio per questo atteggiamento,secondo me molto intelligente, non fermarti a una teoria (per quanto questa ci sia stata ripetuta in maniera quasi ipnotica), ma prova a leggere i fatti attraverso altre teorie. Può essere che,dopo un primo tempo in cui la nuova teoria si dimostra complicata perchè per noi inusuale, poi ci spieghi il mondo meglio di quella a cui ci hanno abituati.

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