Thin(k) Freedom

Come far durare un governo più di un anno

Posted in Dategli brioches by Ronin on 19 maggio 2012

Il fatto che la durata media dei governi nel periodo repubblicano (1946-oggi) sia di 358 giorni, quindi meno di un anno, e che nessun (ripeto, NESSUN) governo sia mai riuscito a completare i 5 anni previsti dalla legislatura, fa un po’ ridere e un po’ piangere.

Le conseguenze di questo fenomeno sono instabilità, short-terminism dell’azione politica, partitocrazia e scarsa qualità dell’azione governativa. Queste cose sono note e studiate da anni da economisti e political scientists, ma in parlamento non hanno mai ritenuto di procedere per risolverle.

Sempre per il fatto che il problema è ben noto, anche le soluzioni lo sono: detto brutalmente, qualunque analisi empirica suggerisce che un sistema maggioritario contribuisce a migliorare la stabilità dei governi e in generale l’azione politica, mentre un sistema proporzionale migliora il “quadro” della rappresentanza ma influisce negativamente sulla durata dei governi e sulla forza dell’esecutivo.

Ultimamente si è fatto un gran parlare della riforma elettorale che dovrebbe sostituire l’odiato porcellum, e gli scaltri ABC non hanno perso tempo ad accordarsi su una riforma che tutelasse gli interessi dei rispettivi partiti, senza curarsi di quelli degli elettori. In realtà un accordo come quello configurato dai tre leader sarebbe un pessimo ritorno ad un sistema di stampo proporzionale che lascerebbe le mani libere per formare maggioranze post-elezioni, che è esattamente l’opposto di quello che servirebbe al paese. Invece di presentarsi con la propria faccia e il proprio programma alle elezioni consapevoli che verrebbero eletti e giudicati su quelle proposte, in questo modo si tengono le mani libere per coalizzarsi successivamente (così da non scontentare con apparentamenti borderline le frange di elettorato in bilico e poter accordarsi come vogliono una volta eletti). Esattamente il principio della partitocrazia che permette ai politici italiani di non rendere mai conto di quello che fanno e di mantenere questo paese nel nulla cosmico da oltre vent’anni.

Ma già dopo il primo turno di amministrative, vedendo lo sfaldamento politico in corso e la fragilità delle possibili coalizioni, diversi partiti si sono riscoperti improvvisamente affascinati dal sistema maggioritario, che pur ammorbidito e bilanciato si basa sul principio del “chi vince prende tutto”, così che chi venga eletto sia sicuro di avere una maggioranza parlamentare in grado di approvare le leggi e sostenere l’esecutivo.
Anche in un recente dibattito con alcuni rappresentanti dei partiti il professor Roberto D’Alimonte, importante politologo ed editorialista del Sole, ha espresso la convinzione che un sistema maggioritario a doppio turno potrebbe contribuire a risolvere alcuni problemi storici del sistema politico nostrano. E in questo senso viene naturale il confronto con la Francia, anch’essa partiticamente frammentata ma che ha avuto la lungimiranza di riformare profondamente le proprie istituzioni con la nascita della Quinta Repubblica.

Fra l’altro un sistema simile è da anni adottato per le elezioni comunali, che vedono l’elezione diretta del sindaco. iIl primo cittadino è eletto al primo turno se i voti superano il 50%, mentre in caso contrario si ha un ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto più voti.

Per quanto ci siano ovvie differenze fra elezioni locali e nazionali, un governo che fosse eletto con un sistema di questo tipo avrebbe una legittimazione maggiore (visto che viene indicato espressamente dai cittadini, e non nominato da una maggioranza che potenzialmente lo può anche cambiare), una stabilità praticamente totale e un’azione di governo meno travagliata.

Di solito chi critica il sistema maggioritario si basa sull’osservazione, assolutamente condivisibile, che la rappresentanza è più completa in un sistema proporzionale, in cui tutti i partiti prendono esattamente il numero di seggi proporzionato ai voti ricevuti. In questo senso il sistema proporzionale da voce ai partiti più piccoli, mentre il maggioritario sovrastima quelli più grandi.

Il doppio turno ha però il vantaggio di prendere il buono da entrambi i sistemi senza tenerne anche gli svantaggi: al primo turno infatti partecipano tutti i partiti, senza soglie di sbarramento, così che anche le voci dei partiti minori siano sentite. Nel secondo turno, tuttavia, si privilegia l’aspetto della governabilità rispetto a quello della rappresentanza, e si vota fra i due candidati principali. Il vincitore a quel punto non potrà che avere la maggioranza assoluta dei seggi.

Va detto che una riforma in senso maggioritario forte difficilmente potrebbe prescindere da una altrettanto incisiva riforma istituzionale. E’ noto infatti che un sistema elettorale di questo tipo dispiega al meglio i suoi effetti se utilizzato in sistema presidenziale (come quello USA) o semi-presidenziale (come quello francese), piuttosto che in una repubblica parlamentare come la nostra (nella quale anzi rischierebbe di sbilanciarsi troppo sul potere dell’esecutivo). Infatti l’elezione diretta del Presidente (che in un sistema presidenziale è il capo del governo, al contrario che da noi) rovescia la logica parlamentare a cui siamo abituati: non si eleggono più i parlamentari che a loro volta daranno la fiducia al governo, ma si elegge direttamente il capo dell’esecutivo che poi dovrà interfacciarsi con le camere per l’attività legislativa. Le pagine di wikipedia possono essere utili per farsi un’idea più precisa delle differenze fra i due sistemi (repubblica parlamentare e repubblica presidenziale). La differenza principale sta nella maggiore separazione dei poteri fra potere legislativo (il parlamento) e il potere esecutivo (il governo), che in una repubblica presidenziale vengono eletti in due momenti distinti e rispondono quindi a due legittimazioni diverse. Negli USA infatti il parlamento non può sfiduciare il Presidente (che quindi può essere rimosso solo per altro tradimento, il famoso “impeachment”) ma il governo non può a sua volta proporre leggi (se non attraverso i parlamentari del proprio partito), anche se ha il diritto di veto su quelle proposte dal parlamento. Non esistono quindi i “decreti legge” d’urgenza di cui tanto abusano i nostri governi (stravolgendone il senso). Questo sistema di poteri contrapposti è detto per l’appunto “checks and balances”, pesi e contrappesi, per far risaltare la continua dialettica e il reciproco controllo fra i diversi organi.
Caso a parte è la Francia, che ha un sistema semi-presidenziale nel quale l’esecutivo viene eletto direttamente ma può essere sfiduciato dal parlamento. Questa forma “ibrida” ha portato alcuni problemi (ad esempio la coabitazione fra un governo e un parlamento di colore diverso) ma negli anni ci sono state diverse modifiche che ne hanno fatto un sistema molto evoluto e bilanciato.

Personalmente non amo  il timore reverenziale che circonda la nostra Costituzione, che come ogni cosa è perfettibile e risente del contesto storico in cui è stata redatta. Un sistema presidenziale non si prestava ad una repubblica giovane e appena uscita da un conflitto, che aveva come obiettivo principale il contrasto di poteri totalitari e la rappresentanza di tutte le forze in campo. Le democrazie mature invece beneficiano grandemente di un sistema più efficiente ed efficace come quello presidenziale, che realizza pragmaticamente come un governo abbia come compito principale quello, appunto, di governare, e che se non viene messo nelle condizioni di farlo cade la funziona stessa della politica. Le derive plebiscitarie e totalitarie sono un rischio marginale in uno stato di diritto, culturalmente avanzato e nel quale l’informazione circola liberamente. Generalmente gli spauracchi del presidente-dittatore sono agitati da chi ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo invece che riformare le istituzioni in una direzione che rende l’azione del governo efficace.

Detto questo, riforme elettorali e istituzionali sono argomenti molto complessi e dalle mille sfaccettature, e sui quali si dibatte da decenni (se non da secoli). Mi piacerebbe quindi sentire l’opinione di altri, magari anche di chi ha studiato scienze politiche ed è andato più a fondo di me su questi argomenti.

Nel frattempo, buon voto a tutti.

7 Risposte

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  1. lbattisti80 said, on 20 maggio 2012 at 12:46

    solo un consiglio.. evita i termini in inglese, soprattutto quando ne esistono di perfetti in italiano…

  2. Luca Fornasari said, on 21 maggio 2012 at 10:20

    Penso che non sarei troppo sfavorevole ad un sistema maggioritario… Sicuramente sarei per una più netta separazione dei poteri (legislativo solo al parlamento).

  3. Pensieri a caldo « Thin(k) Freedom said, on 21 maggio 2012 at 18:01

    […] C’è una cosa molto buona in questo risultato, che è collegata con il mio recente post sul sistema elettorale. E’ anche grazie al ballottaggio e all’elezione diretta del […]

  4. Ronin said, on 21 maggio 2012 at 22:36

    Lorenzo non capisco a che termini ti riferisci: “checks and balances” e “short-terminism” sono usati spesso nella loro versione inglese anche in Italia, e rendono bene l’idea. Soprattutto per il secondo non mi risulta proprio che esista una traduzione letterale in italiano.

  5. lbattisti80 said, on 21 maggio 2012 at 23:06

    Ciao,

    mi riferisco a tutti i termini in inglese. In realtà sono pochissimi quelli intraducibili. Abbiamo una lingua molto più ricca di quella inglese. Per esempio, un termine come allegria è intraducibile, tanto in inglese che nelle altre lingue. Saudade portoghese mi dicono che sia lo stesso. Ma sono eccezioni. Certo che sono usati, ma li criticherei anche se li usassero altri. Non ho mai capito bene il perché lo facciamo. Chissà… In Francia c’è l’obbligo per legge di mettere la traduzione in francese di tutti i termini in altre lingue. In ogni caso,cosa hai di più political scientists di scienziati politici? Cmq era solo una critica formale. Alla fine la forma è sostanza e se hai fatto questa scelta avrai le tue buone ragioni.

  6. Il male necessario | Thin(k) Freedom said, on 29 aprile 2013 at 21:58

    […] efficiente, anzi. Io sono per un sistema maggioritario bipolare (come ho già spiegato ampiamente qui), quindi aborro queste soluzione posticce e paraculo. Ma questa è la soluzione di second best (o […]

  7. […] politiche sostenute da milioni di persone (e in questo senso il sistema a mio avviso migliore è il maggioritario a doppio turno, con un primo voto di reale appartenenza e un secondo di pragmatismo). Al netto di una ragionevole […]


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