Thin(k) Freedom

Il loop irrisolvibile e l’unione impossibile

Posted in Dategli brioches by Ronin on 5 giugno 2012


L’altro giorno pensando alla crisi europea mi è venuto in mente il cosiddetto “paradosso della forza inarrestabile“, che tenta inutilmente di trovare una risposta alla domanda “What happens when an unstoppable force meets an immovable object?“. Mi sembra che anche nel nostro caso si possa dire che la crisi è degenerata in modo tale che le diverse parti, dietro un’apparente operosità, restano nell’immobilismo più totale, schiacciati da una situazione dalla quale non riescono a venire a capo.

Lo si vede anche dal livello del dibatto, dove si nota come crisi europea, rigore tedesco e default della Grecia abbiano ormai nauseato anche i più stoici geek dell’economia. Ormai se ne parla quotidianamente da oltre due anni, ma potendo fissare l’origine di tutto ben più indietro nel tempo: come ricorda il Telegraph la Grecia ammise per la prima volta di aver mentito sullo stato dei propri conti pubblici già nel 2004. Ripeto, nel 2004, otto anni fa (Facebook era ancora un social network sperimentale interno ad Harvard, per dire).

In questi anni le cause sono state sviscerate e illustri economisti, statisti e giornalisti hanno scritto migliaia di articoli e saggi. A questo punto i nodi fondamentali sono al pettine, e pur nelle diverse convinzioni ideologiche, fra destra e sinistra, liberisti e keynesiani, su alcuni aspetti centrali c’è quasi un consenso unanime.

Ma la cosa surreale è che questo non cambia di una virgola la situazione. L’Europa si trova in una di quelle situazioni in cui tutti si rendono conto dei problemi, si sono fatti un’idea di cosa sarebbe necessario fare per risolverli, ma non riescono/vogliono/possono ad agire in tal senso. Se fossi un romanziere troverei degli eleganti parallelismi fra questa irrisolvibilità e i problemi di una coppia logorata che non è in grado di riscoprire motivi per stare insieme e di inventarsi nuove azioni per rimettere a posto le cose.

Ma sono un arido economista wanna-be, quindi non posso che ripiegare su riflessioni pragmatiche e tecnocratiche.

Ed è da qui che nasce la mia visione del problema cruciale dell’Europa (anzi, dell’Eurozona) come un loop (ciclo) in cui soluzione chiama ulteriore problema, e alla fine del ragionamento ci si ritrova al punto di partenza.

Mi spiego, partendo dal principio:

1. Ha ragione chi dice che lo squilibrio intra-europeo non è solo fiscale (debito e deficit) ma anche commerciale. Lo ripete da tempo Mario Seminerio, facendo notare come il surplus commerciale della Germania trovi sfogo nell’acquisto di titoli di debito dei paesi mediterranei (come fanno i cinesi con i titoli USA). Poiché è evidente che a livello aggregato il pianeta è in pareggio, è altrettanto ovvio che se ci sono dei paesi in surplus ci devono essere dei paesi in deficit. A meno che ovviamente l’Europa nel suo complesso non sia in surplus, ma l’ipotesi è francamente irrealistica.

2. Nonostante il discorso di Phastidio sia giusto credo non vada messo in secondo piano l’aspetto fiscale della crisi: il ruolo delle partite correnti non deve far dimenticare che il “Club Med” (evito l’acronomo PIGS per amor di patria) non ha mai attuato quelle politiche di risanamento dei conti che sarebbero state necessarie, e che sarebbero state di certo meno traumatiche se iniziate in un momento di espansione economica invece che durante una contrazione. Ha ragione chi dice che manovre di decine di miliardi di euro durante una crisi al 99% non faranno che peggiorarla, ma questo non fa che aumentare le colpe dei governanti del decennio passato (di destra e di sinistra). Che l’Italia abbia offerto per almeno due decenni prestazioni di welfare superiori a quello che poteva permettere la crescita dell’economia è cosa evidente a chiunque non abbia fette di prosciutto sugli occhi. Se avessimo pensato a risolvere i problemi per tempo invece che procrastinare, forse non saremmo in questa situazione.

Un’immagine come quella qui sotto credo sia mortalmente chiara: gli spread non sono frutto dei cattivi speculatori, ma di un rischio sovrano già evidente in passato che è stato appianato dalla nascita dell’euro, abbattendo gli spread ad un irrealistico (e basso) valore comune. Questo ha permesso a molti paesi che avevano già avuto grosse crisi negli anni ’90 di ricominciare a finanziarsi a debito pagando tassi d’interesse più bassi del valore di equilibrio: tutto ciò ha permesso a paesi come l’Italia di risparmiare diverse decine di miliardi di euro di interessi, e di evitare di guardare in faccia i problemi per qualche altro anno. Si è vissuto nell’illusione che Italia, Grecia, Germania e Olanda avessero la stessa produttività e lo stesso stato nei conti pubblici, anche se evidentemente non sarebbe potuto andare avanti per molto. L’idea che la moneta comune avrebbe garantito i debiti di tutti è stata una pia illusione, e lo abbiamo scoperto con dolore.

3. Noti questi antefatti, le soluzione “teoriche” sono note. Senza la moneta comune, alcuni stati potrebbero svalutare per recuperare competitività, così da compensare la minore produttività della propria economia. Personalmente sono convinto che questo non sia altro che un “trucco” monetario, che evidentemente funziona solo se gli altri paesi non fanno lo stesso, o non mettono in atto ritorsioni per contrastare l’azione svalutativa. Ed è anche una soluzione miope, perché non risolve alla radice i fondamentali dell’economia, cioè l’innovazione, gli investimenti in ricerca, la formazione del capitale umano, la finanza pubblica in ordine, la semplicità burocratica e fiscale, ma mette una pezza che permette ai politici di non occuparsene per un altro po’ di anni (visto che interventi di questo tipo inciderebbero profondamente un paese ingessato come il nostro).

Ma ammetto che nel breve periodo la svalutazione potrebbe essere una soluzione per permettere di respirare e mettere in atto riforme strutturale (sempre ammettendo una volontà e un coraggio della politica in tal senso, ma mi viene quasi da ridere).

Tolta la politica monetaria, resta solo quella fiscale. E da qui il massacro di tasse che ci sta colpendo in questi mesi. Avrei voluto dire “massacro di tagli”, perché è sempre meglio aggiustare diminuendo le uscite (spese) che aumentando le entrate (tasse). Purtroppo di essi non vi è traccia, così abbiamo aggiunto alla fatica di un risanamento in recessione un risanamento basato su aumenti di imposte invece che sui tagli di spesa. Ci sarebbe da vincere il premio per l’autolesionismo.

4. Ma oltre alla politica fiscale interna ai paesi, c’è anche quella che *potrebbe* essere impostata fra paesi. E’ la famosa questione dei trasferimenti fiscali da paesi virtuosi a quelli “viziosi”, chiaramente osteggiati dalla Germania. Germania che, è bene ricordarlo quando la si tratta come il nuovo dittatore d’Europa, ha già sborsato centinaia di miliardi di euro per finanziare le risposte alla crisi e i vari aiuti ai paesi in difficoltà, e che ha guadagnato meno di tutti gli altri dall’introduzione dell’euro (come ha spiegato Michele Boldrin in diverse occasioni).

Quindi, al netto della retorica nazionalista e anti-crucco, la Germania deve essere biasimata per le politiche temporeggiatrici e “tampone”, che unitamente alla mancanza di visione hanno di fatto peggiorato la crisi. Probabilmente la Merkel non è quello statista al di sopra dei comuni mortali che speravamo, ma un politico che come tutti è preoccupato della sua opinione pubblica e della sua rielezione. La Storia probabilmente la giudicherà per questo, e non ne uscirà bene. Ma neanche noi in questo campo siamo stati particolarmente autocritici, visto che fino alla primavera scorsa il governo ancora cianciava di una forza-paese inesistente, mentre la Grecia ha passato 2 anni dopo gli aiuti a non guardare in faccia la realtà e la Spagna ancora in queste settimane fa finta di non vedere il suo sistema bancario al collasso.

La questione dei trasferimenti è centrale perché coinvolge i famosi “eurobond”, titoli di stato emessi in comune dai vari paesi dell’Eurozona, di modo che il rischio dei titoli e il loro rendimento sia proporzionato alla media dei rischi-paese di tutti gli stati coinvolti. Questo “pooling” dei rischi dovrebbe garantire rendimenti più bassi e maggiore tranquillità degli investitori, che saprebbero che i loro titoli hanno una garanzia fornita dai paesi più virtuosi a bilanciare i rischi dei paesi deboli. Ovviamente questo significherebbe un aumento dei rendimenti dei paesi nordici, che non potrebbero più prendere a prestito ai tassi attuali ridicolmente bassi, e vedrebbero il loro merito di credito intaccato dalla precarietà dei paesi Med.

5. Siamo al fulcro del discorso. Ora, i tedeschi *potrebbero* anche essere disposti a fare una cosa del genere. O meglio, potrebbero esserci costretti nel caso in cui la situazione peggiorasse improvvisamente (più di così?) e ritenessero che il break-up dell’eurozona (e forse dell’UE) abbia dei costi superiori alle perdite in cui incorrerebbero dalla condivisione del debito.

Ma ovviamente non sono disposti a dare niente per niente, neanche con l’acqua alla gola: ciò che spesso i giornali evitano di mettere in risalto è che la Merkel è quella fra i capi di stato che ripete con più foga che è necessaria una maggiore integrazione europea. Perché dice questo? Perché il contraltare necessario e sufficiente per una mutualizzazione del debito e di trasferimenti più o meno diretti fra paesi europei, è una cessione di sovranità che porti ad una maggiore integrazione delle politiche fiscali e, in prospettiva, ad un’unione politica.

Questo concetto ormai è chiaro a chiunque, anche agli osservatori d’oltreoceano. Sul NY Times il principio è stato espresso bene in un editoriale:

The main problem is that while leaders eagerly embraced the monetary bond, they rejected its necessary complement: a central budget that would transfer money from successful regions to underperforming ones, as the United States government sends tax dollars collected in Massachusetts to pay for unemployment benefits in Nevada.

The euro fed the illusion that Greece, Spain and Italy were as creditworthy as Germany or the Netherlands, propelling a decade-long credit boom in Europe’s less-developed periphery. And it was spectacularly ill-designed to deal with the shock when capital flows to those nations suddenly stopped. Weak countries not only had to rely on their own devices; they had to do so without a currency or a monetary policy of their own to absorb the blow.

Ma non mancano anche opinionisti e commentatori nostrani che si riempiono la bocca di europeismo e frasi coraggiose, anche se allo stesso tempo non sembrano essere del tutto consapevoli della portata di tali riforme.

Perdere sovranità sulla politica fiscale, dopo averla persa su quella monetaria, significa ridurre enormemente i margini di manovra di un paese. Vuol dire che non saremmo più noi da soli a decidere in piena libertà delle nostre voci di spesa, del livello di tassazione, della struttura del sistema pensionistico e degli ammortizzatori sociali, ma che ci sarebbe un Ministero Europeo dell’Economia a mettere paletti e dare direttive vincolanti.
Certo, non è che questa cosa possa accadere istantaneamente: all’inizio si tratterebbe di vincoli generali (di cui il primo esempio è il fiscal compact, tanto già bellamente ignorato dalla Spagna) e di un indirizzamento generale. Ma un processo di questo tipo porterebbe nel medio termine ad una situazione simile a quella di uno stato federale.

6. Il problema di questa soluzione deriva dalla necessità di una mutualità fra paesi che allo stato attuale sembra davvero fantascienza. Si pensi ad un Europa in cui il rapporto fra Germania e Grecia sia simile a quello fra Lombardia e Calabria, in cui la regione più ricca e produttiva compensa i deficit fiscali di quella più povera (messa brutale, ma a livello tributario è la pura verità). In Italia succede perché esiste un sentimento nazionale comune e un’accettazione dello stato di fatto che deriva da squilibri storici che ormai fanno parte nel nostro DNA. Ma la “questione meridionale”, l’ascesa della Lega Nord e il dibattito sul federalismo fiscale indicano che anche all’interno della stessa nazione il problema dei divari di produttività e dei trasferimenti di gettito è sentito come drammatico e prioritario. Ogni paese ha regioni più ricche e altre più povere, ma ci sono dei limiti oltre i quali questi divari diventano insostenibili, sia politicamente che economicamente. Immaginarsi che Stati sovrani diversi, che meno di un secolo fa si massacravano sui campi di battaglia, accettino improvvisamente di trasferire risorse fra di loro, è davvero arduo. Anche se in ultima analisi questo già succede attraverso i programmi d’aiuto, la formalizzazione della cosa e il suo carattere strutturale è un’altra cosa, anche a livello psicologico.

L’unico modo sensato per farlo è quindi quello della via democratica, cioè attraverso referendum che chiedano ai cittadini se sono disposti a iniziare un percorso di unificazione fiscale e politico che porti alla nascita di un vero stato federale, “Stati Uniti d’Europa” o come li si voglia chiamare. Purtroppo non potrebbe esserci un momento peggiore per un’azione del genere: la popolarità dell’Europa, delle sue istituzioni e di una eventuale unificazione ulteriore è ai minimi storici. Temo che qualunque tentativo di consultazione democratica in questo momento fallirebbe miseramente. A questo si aggiunge anche la riottosità dei politici nazionali, che ovviamente non vogliono venire spogliati del loro potere e ruolo. Immaginarsi il nostro ceto politico attaccato alla poltrona disposto ad essere “relegato” a governatorato, con le decisioni principali prese dalle istituzioni europee, è pura follia. Ed è perciò evidente come siano i governi stessi a storcere il naso di fronte a queste ipotesi (e casualmente i meno entusiasti sono sempre stati francesi, spagnoli e italiani, solo per stare fra i “big”).

Conclusione. Eh, la conclusione purtroppo non c’è. Siamo al loop di cui parlavo in apertura, un problema in cui tutte le variabili sono collegate e le possibili soluzioni richiedono un intervento complessivo su tutta l’istituzione europea. E ogni tentativo di aggirare il nodo centrale porta, appunto, ad un percorso circolare alla fine del quale si torna al punto di partenza. Un po’ come per le varie “pezze” messe finora alla crisi del debito e al default greco, che non hanno risolto nulla e semmai hanno peggiorato la situazione.

E’ di oggi la notizia di un piano per salvare l’euro, che si basa più o meno sui ragionamenti esposti qui. Ma nonostante le belle parole non si riesce a capire come sia possibile superare le difficoltà enormi del progetto. In un bell’articolo sul Foglio, Marco Valerio Lo Prete spiega come l’esperienza dell’unificazione americana contenga molti insegnamenti utili per l’Europa (fatte salve le ovvie differenze), soprattutto per l’esempio di Alexander Hamilton, il padre fondatore che fu tra i principali fautori dell’unificazione del debito dei vari stati. Lo Prete cita anche il recente premio Nobel Thomas Sargent:

“Quando furono creati gli Stati Uniti, alla fine del Settecento, le condizioni dell’America di allora erano simili a quelle dell’Europa di oggi”, ha osservato in un’intervista alla Stampa. Dopo la Guerra d’indipendenza americana dal Regno Unito, durata dal 1775 al 1783, in nord America le “colonie” divennero “stati” ma non ancora veramente “uniti”. Erano tredici, tutti con il potere di battere moneta, contrarre debito e decidere le loro politiche fiscali, a fronte di un governo federale debole come stabilito nella prima Costituzione, gli Articles of Confederation. E tutti e tredici indebitati a causa dello sforzo bellico. Poi però “i padri fondatori, che in larga parte erano creditori dei vari stati, scrissero la Costituzione proprio allo scopo di correggere questo vizio di fondo – ricorda il Nobel per l’Economia – Il governo centrale si fece carico dell’intero debito dei tredici stati, che in cambio persero l’autonomia economica assoluta che avevano avuto fino a quel momento. Washington ed Hamilton alzarono le tasse per saldare i debiti, e cominciarono a emettere bond federali. Per salvarsi, l’Europa dovrebbe imparare la loro lezione”.

Ma si tratterebbe, appunto, di un’eccezionale evoluzione-rivoluzione nella struttura europea. Sarebbe una risposta alla domanda che tutti, investitori, politici, economisti, politologi e giornalisti, si pongono in questi mesi: “Cosa vogliamo che diventi l’Unione Europea? Come sarà fra dieci anni?”

Purtroppo le risposte, ammesso che ci siano, nessuno ha il coraggio di pronunciarle.

(Questo post lo trovate anche su Linkiesta in due parti: “Il loop irrisolvibile che sta distruggendo l’Europa” e “Quell’unione impossibile che ci salverebbe“. I lettori hanno anche contribuito con un certo numero di commenti interessanti per il dibattito).

4 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. lbattisti80 said, on 6 giugno 2012 at 00:06

    Non condivido una buona parte dell’analisi. Però concordo sul fatto che a questo punto o se ne esce con un’europa politica (e sociale), o si esce dall’europa. se si analizza la storia dell’europa, i cambiamenti sono sempre avvenuti in seguito a delle crisi. Se devo scommettere, penso che nonostante la campagna mediatica della stampa anglosassone e la sponda che riceve nella destra tedesca, l’europa sopravvivrà e appunto farà il salto verso una federazione o una confederazione. Questo non significa che avverrà a breve o che il processo sarà indolore. Molti patrimoni saranno bruciati, lavoratori disoccupati, fabbriche chiuse. Ma quello che forse ne uscirà sarà appunto l’Unione Europea, liberata dalla tecnocrazia, con un parlamento eletto direttamente dal popolo europeo e con il potere legislativo. Penso anche che si baserà un un indirizzo economico diverso e forse opposto a quello tuo, Jacopo. Chi ha studiato Storia del Pensiero Economico sa che periodicamente, anzi, a distanza fissa, il paradigma dominante cambia.

  2. lbattisti80 said, on 6 giugno 2012 at 00:07

    Ti giro anche un altro post, che arriva alle stesse conclusioni, ma partendo da premesse diverse.

    http://thenextrecession.wordpress.com/2012/06/05/the-euro-end-game/

  3. Jacopo said, on 6 giugno 2012 at 11:28

    Speriamo di arrivare davvero ad un’Europa legittimata democraticamente! Ho letto alcune proposte che parlavano di una struttura “bicamerale”, con una camera (il parlamento) eletto direttamente dai cittadini europei e un’altra ( ciò che ora è il consiglio) federale, che porti le istanze dei singoli paesi. Una specie di senato regionale come alcuni auspicano per l’italia (e in parte già è). Con competenze ben distinte ovviamente. Sarebbe forse un compromesso che addolcirebbe la pillola per i politici nazionali.
    Se poi l’indirizzo economico sarà keynesiano andrà bene, sarà stato scelto dal parlamento e quindi dai cittadini. Il liberismo non è la mia religione, vivrò la mia vita ugualmente (finchè non mi toglieranno le libertà, in quel caso penserei ad emigrare).
    Ma sapere cosa succederà nell’arco di 10-20 anni, in queste condizioni di mutamento, mi sembra difficile..

    p.s. Clicca su questi articoli e dammi una mano per il Blog Contest, và: http://www.linkiesta.it/blogs/think-freedom/quell-unione-impossibile-che-ci-salverebbe
    😉

  4. […] sui generis come quella europea è esploso in tutta la sua drammaticità (ma di questo ho già parlato […]


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: