Thin(k) Freedom

Disperato Politico Stomp

Posted in Dategli brioches by Ronin on 28 settembre 2013

A volte non si sa se ridere o piangere.

Altre volte viene da piangere e basta, e oggi è una di quelle volte.

Proviamo, come esercizio gratuito di masochismo, a fare un quadro delle mirabolanti avventure italiane degli ultimi giorni.

Per mesi si parla (giustamente) dello scorporo della rete Telecom, e della sua importanza in un conteso di monopolio naturale come quello delle TLC. L’opinione pubblica se ne sbatte giustamente le palle, d’altronde il tema dell’equivalence of input non può reggere con gli urletti isterici di Brunetta.

Viene annunciato a sorpresa che, grazie a un aumento di capitale di Telco (il veicolo che controlla Telecom), le banche italiane vedranno diluite le loro quote in favore di Telefonica, il socio straniero della holding, che arriverà a detenerne il controllo. L’operazione è del tutto legittima, nonché particolarmente furba per i registi dell’operazione, che si troveranno a controllare l’azienda che fa concorrenza nei mercati sudamericani, e sborsando relativamente poco (300 milioni ora e 800 complessivi, a conclusione dell’operazione). Le banche invece, non c’entrando una beneamata minchia con il business delle telecomunicazioni, hanno trovato il modo di uscire da una società massacrata di debito, nella quale non sarebbero mai dovute nemmeno entrare, e in un momento in cui la liquidità fa molto comodo. Gli azionisti di minoranza restano con le pive nel sacco, come d’ordinanza per il capitalismo all’italiana, visto che Telefonica riesce a portare a termine l’intera operazione senza andare a toccare il capitale di Telecom, e quindi senza aver bisogno di lanciare l’OPA (obbligatoria quando si sale sopra il 33% di una società quotata, e Telco possiede solo il 22% delle azioni Telecom).

I politici si scatenano nella usuale difesa dell’italianità, con i media che li seguono a ruota. Raggiungono vette di squallore, quali, in ordine sparso:

Tirare in ballo il Copasir, in merito al presunto pericolo per la sicurezza nazionale di avere un operatore straniero che veicola telefonate e flussi di dati. Ed esattamente cosa cambierebbe se gli azionisti fossero banche o industriali italiani (com’è stato fino ad oggi)? Cambia qualcosa se i flussi di comunicazione degli italiani sono i mano ad Alierta invece che a Nagel & soci? Cosa cambia da un soggetto privato spagnolo a un soggetto privato italiano, in termini di garanzie per il servizio pubblico?

– Proporre di emanare il decreto attuativo che, come altri 10mila casi, fino ad oggi ha lasciato che una norma specifica per questi casi, la golden share per gli asset strategici dello Stato, restasse lettera morta. Se questa norma venisse emanata, il Governo avrebbe il potere di veto su quelle operazioni societarie che pregiudicano la sicurezza di attivi strategici per la fornitura di sevizi universali (quali energia elettrica, gas, acqua, telefonia, autostrade, ferrovie, ecc). Ovviamente anche di questo se ne sono tutti fregati finché non si sono sentiti tirati in ballo dalle agenzie di stampa.

– E poi, la mia preferita, la proposta di modificare la legge sull’OPA per impedire a Telefonica di portare a termine l’operazione. L’apice delle leggi “ad aziendam”, che Berlusconi fa una pippa a tutti. Visto che un’impresa, che mi sta antipatica, fa un’operazione che non mi piace, pur nel rispetto della normativa vigente, io Legislatore cambio la normativa. Esattamente il contrario del principio di universalità e astrattezza che dovrebbe caratterizzare la legislazione., visto che intervenire a rattoppare situazioni particolari, contingenti, non vuol dire legiferare, ma emettere sentenze morali.

Nel mentre, tutti sembrano rendersi improvvisamente conto, da un giorno all’altro, che gli imprenditori italiani stanno vendendo le proprie azienda ai grandi gruppi esteri, cosa che in realtà succede da anni con inquietante regolarità (si pensi a Ducati, Loro Piana, Bulgari, ma anche ad aziende del mass market come Parmalat, Buitoni, San Pellegrino). Nessuno si pone il dubbio che queste scelte dipendano, almeno in parte, dalla difficoltà di fare impresa in Italia e di competere con i big internazionali quando si ha una burocrazia senza senso, un total tax rate al 65%, un’incertezza giuridica senza eguali e ricatti continui da politica e sindacati. Non sembra che la domanda principe sia, come dovrebbe essere, perché imprenditori obiettivamente di alta caratura, che hanno creato dal nulla aziende apprezzate in tutto il globo (soprattutto nel luxury, arredamento, alimentare), decidano a un certo punto di liquidare in favore di gruppi finanziariamente più solidi. E’ molto più facile lamentarsi del capitalismo che fagocita tutto quello che incontra, perché è cattivo e iniquo, invece di ragionare sul perché delle cose e ingegnarsi per trovare delle soluzioni.

Nel frattempo, con un tempismo quasi profetico, si apre un nuovo capitolo di quella magistrale operazione finanziaria che salvò Alitalia nel 2008, mantenendola saldamente nelle mani dei patrioti italiani. Un investimento oculato di 1,1 miliardi di euro, che dopo cinque è quasi completamente bruciato, visto che la compagnia ha perso finora 800 milioni di euro, senza accennare un rallentamento in questa corsa (all’indietro). Ora i francesi si rifanno avanti per rilevare a prezzo di saldo quello che non sono riusciti a prendere nel 2008, grazie ad un aumento di capitale inevitabile visti i conti della compagnia. Anche in questo caso, il meglio che riusciamo a fare è incazzarci per l’esproprio proletario (anche perché sono francesi, quindi froci). Per non far licenziare un migliaio di dipendenti si è perso un miliardo di euro (e allora tanto valeva dare un milione di euro a ogni dipendente, che forse era anche più contento).

L’apoteosi è il contraltare politico di tutto questo squallore economico-finanziario.

Il PdL, dopo aver fatto pressioni di ogni tipo per cancellare l’unica tassa patrimoniale che abbiamo in Italia, minaccia la crisi per la prospettiva di aumentare l’IVA per coprire le mancate entrate dell’IMU. Brunetta (Nobel per l’Economia mancato, ricordiamolo) strepita perchè non si riescono a trovare le coperture, dopo che lui stesso ha fatto in modo che non ci fossero le coperture. Alla fine, notizia di ora, per far quadrare il tutto verranno aumentate accise e acconti Ires e Irap. Praticamente un gioco delle tre carte fiscale. Tutti contenti, nessun diritto acquisito toccato, qualche nuova tassa occulta, difficoltà ulteriori per le imprese e nessuna prospettiva di riforma generale della fiscalità.

D’altronde è difficile pensare a riforme organiche quando uno dei pilastri della maggioranza passa come uno schizofrenico da dichiarazioni da statista alla minaccia di far dimettere tutti i suoi parlamentari in massa. Gesto simbolico mai visto nella storia al di fuori del periodo fascista, e che va al di là di qualunque considerazione politico/partitica, visto che mira a svuotare e paralizzare l’azione del principale organo legislativo del paese (ma senza far cadere il governo, per non fare brutta figura).

Per chiudere il cerchio, lascio con l’immagine (verbale) della c.d. “faccia come il culo” di Brunetta, mentre utilizza argomenti di filosofia del diritto per giustificare la pochezza umana sua e dei suoi seguaci:

A essere umiliata è davvero l’Italia, ma non da Berlusconi e dai parlamentari di Forza Italia, bensì dai compagni di partito di Letta che, in Giunta per le elezioni al Senato, calpestano la Costituzione e la democrazia, applicando al senatore Berlusconi retroattivamente la legge cosiddetta Severino. Reagire all’ingiustizia è ciò che di più nobile possa fare un eletto dal popolo. Non accettiamo di essere trattati da irresponsabili da chi assiste con indifferenza, o peggio con connivenza, alla premeditata eliminazione di un leader di popolo come Silvio Berlusconi.

Stiamo messi così.

Il paese è allo sfascio, l’economia arranca dietro a un lumicino di ripresa, e in parlamento occupano il tempo a raccogliere firme di dimissioni  (così come nelle prossime settimane occuperanno il tempo a votare singolarmente le dimissioni dei parlamentari, visto che è l’unico modo concesso).

Alla fine siamo un popolo di bottegai, entrato nel capitalismo globale quasi per caso, trainati da un boom economico del dopoguerra che non si ripeterà mai più e che non ha messo le basi per una crescita solida e duratura (o se le aveva messe ormai le abbiamo già spazzate via). Ora i nodi vengono al pettine (a dir la verità sono 30 anni, ma abbiamo cominciato ad accorgercene sul serio negli ultimi 4-5), ma non abbiamo la maturità (politica, culturale) di accettare i compromessi necessari a saltarci fuori, prendendoci le nostre responsabilità.

Forse cresceremo quando saremo già nella fossa.

Come si dice da queste parti, “tanta roba”.

2 Risposte

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  1. lbattisti80 said, on 30 settembre 2013 at 18:21

    Più che lasciare un commento, faccio commentare a chi ha ben più esperienza di me! 🙂

    “”Non proponiamo una ricostruzione della nostra economia secondo princìpi comunisti o socialisti. (…) Noi diciamo che occorre un «nuovo corso» [New Deal, ndr] di economia e di politica economica. Ci si accusa, quando parliamo di questo «nuovo corso», di voler sopprimere l’iniziativa privata; ma la cosa non è vera. Noi vogliamo che venga lasciato un ampio campo allo sviluppo dell’iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però chiediamo che lo Stato intervenga per dirigere tutta l’opera della ricostruzione, per coordinare le iniziative private e indirizzarle, legandole organicamente le une alle altre a seconda delle necessità nazionali, e impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere dei gruppi plutocratici e della speculazione. Nel campo dell’industria, basta pensare alla necessità di spostare il centro di gravità dalle produzioni di guerra alla produzione di pace, o alla necessità di spostare parte dell’apparato industriale nelle regioni meridionali e nelle isole, per comprendere che si presentano quei problemi che il privato, da solo non potrà né risolvere né vedere”.”

  2. Jacopo said, on 2 ottobre 2013 at 22:57

    E io rilancio:

    “Ciò che manca, nel modo in cui le migliaia di transazioni che avvengono in un mercato finiscono per coordinarsi, è il progetto, l’intenzionalità, la volontà che muove le dita. Se ciascuno di noi, “ perseguendo il proprio interesse, spesso promuove quello della società in modo più efficace di quanto egli intenda realmente promuoverlo”, è perché l’interesse della società non è noto a nessuno, a priori. Non è una meta verso la quale una mano invisibile possa spingerci. Quando cerchiamo di promuoverlo stiamo, più modestamente, promuovendo la nostra interpretazione dell’interesse della società. […] Il mercato non ha una “sua” idea di che cosa sia l’interesse della società nel suo complesso. È una vasta rete di relazioni sociali, nelle quali ciascuna delle parti coinvolte mira a uscire dallo scambio meglio di quanto vi fosse entrata. In regime di libero mercato, l’ordine è un effetto inintenzionale, un’esternalità. […] L’ordine economico è un’esternalità positiva. Non è qualcosa che venga espressamente perseguito dalle parti coinvolte in uno scambio: c’è chi fa computer, chi scarpe, chi torte al cioccolato, chi fotografie. Nessuna di queste persone ambisce a creare “ordine”, a raggiungere cioè un migliore grado di coordinamento fra i piani e le decisioni di tutti i partecipanti al gioco economico. Non sappiamo, prima che gli individui si impegnino in una serie di transazioni, con chi dovrebbero scambiare che cosa. Una mano, invisibile o meno, non può spingerci in quella direzione, perché gli obiettivi e i desideri dei singoli si rivelano soltanto negli scambi. […] Il mercato è un testo da decifrare, ma diversi lettori ne traggono indicazioni differenti. […] L’economista Ludwig Lachmann ha suggerito di immaginare il mercato non come il meccanismo di un orologio, in cui tutti gli ingranaggi si incastrano secondo una predeterminata regolarità, ma come un caleidoscopio. Le immagini del caleidoscopio sono ordinate e sono belle, ma sono effimere. Le figure cambiano vorticosamente senza ripetersi mai. Per Lachmann, l’ordine di mercato è “caleidico” perché l’andamento dei prezzi è in continua evoluzione: può cambiare ogni qual volta vengano scoperte nuove informazioni che soddisfano o, al contrario, frustrano le aspettative di chi compra e di chi vende. Il modo in cui si evolve il mercato, la nuova figura che si forma nel caleidoscopio, è solo in parte prevedibile: perché è vero che esistono le aspettative e il bagaglio di conoscenza a disposizione degli attori economici, ma è altrettante vero che proprio la conoscenza e le informazioni disponibili cambiano seguendo percorsi inaspettati. […] Se tutte le informazioni fossero “date”, se le preferenze delle persone fossero immutabili, se non ci fosse incertezza sul futuro, il mercato non servirebbe a nulla. La società davvero funzionerebbe come l’ingranaggio di un orologio. E basterebbe un saggio orologiaio a tenerlo oliato di tanto in tanto.”


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