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Di asset e PIL (valore vs valore aggiunto)

Posted in Dategli brioches by Ronin on 3 dicembre 2013

Palazzo Mezzanotte

L’economia politica non è famosa per essere una branca di studio particolarmente vincente sul mercato del lavoro. E non a caso al mio corso di laurea eravamo iscritti in 30, mentre i corsi in Finanza, Amministrazione aziendale e Management viaggiavano oltre i 200 iscritti. E a meno che il proprio obiettivo di vita non sia fare il ricercatore o lavorare per un’istituzione pubblica, qualsiasi esperto di risorse umane vi dirà che è più lungimirante investire in un corso di laurea che fornisca competenze utili per un’azienda.

Detto questo, studiare per anni anni micro e macroeconomia, statistica ed econometria, public policy e teoria dei giochi, permette di andare più a fondo nei meccanismi che regolano i sistemi economici, padroneggiando un quadro d’insieme negato ai profani.

Questa conoscenza (che per quelli come me che si sono fermati alla specialistica è, comunque, inevitabilmente parziale) permette anche di “smascherare” alcune credenze diffuse, onnipresenti nel dibattito pubblico, ma che sono tanto errate quanto apparentemente intuitive. Si tratta di ragionamenti che appaiono ragionevoli, e logicamente consequenziali, ma che ad un’analisi più profonda sono, semplicemente, errati. Tecnicamente si parla di “fallacie”.
Mi piacerebbe quindi provare a confutare in maniera divulgativa alcune delle più comuni, che riescono ad acquistare tanta autorevolezza da guidare il dibattito pubblico e influenzare giornalisti e legislatori.

In questo post parto con un grande classico:

Il valore totale degli asset finanziari scambiati nelle Borse è superiore al PIL mondiale, quindi la finanza è più importante di tutti gli altri settori dell’economia messi assieme.

Il grafico qui sotto mostra l’andamento di tale relazione nell’ultimo secolo (negli USA).

Crescita degli asset finanziari in rapporto al PIL

Crescita degli asset finanziari in rapporto al PIL

Chiariamo subito: la prima parte dell’affermazione è tecnicamente corretta. È il confronto fra le due grandezze ad essere poco significativo (nonostante venga spesso usato anche in accademia), nonché la conclusione a non avere proprio senso.

Questo accostamento è in genere strumentale al titolone di turno, ma è poco significativo per chiunque padroneggi la differenza fra grandezze di stock e grandezze di flusso.

Il PIL è un indicatore che misura il valore aggiunto prodotto da un’economia in un tempo dato, tipicamente un anno. È un dato di flusso nella misura in cui si riferisce a un lasso di tempo: a tutti i beni e i servizi prodotti da un paese dal 1 gennaio al 31 dicembre, vengono sottratte tutte le voci di spesa intermedie dello stesso periodo di tempo (tralasciamo l’aspetto fiscale, che è rilevante contabilmente ma non al fine di comprendere il concetto).
Se noi volessimo calcolare il “PIL” di, diciamo, una pagnotta, dovremmo prendere il ricavo ottenuto dalla vendita al cliente finale e sottrarci il costo della farina, gli ammortamenti dei macchinari, l’affitto del locale della panetteria, lo stipendio della fornaia, ecc. Quello che resta è appunto il valore aggiunto, cioè il vero e proprio valore dell’aver intrapreso quella attività economica. Andando oltre, a un livello ancora più filosofico, si potrebbe dire che il valore aggiunto è il valore di aver unito diversi fattori produttivi “inutili” presi singolarmente, e di averli trasformati, attraverso il lavoro (manuale) e l’utilizzo di conoscenza (le competenze del fornaio) in un bene che soddisfa un bisogno umano (mangiare per il proprio sostentamento).

Il PIL non è che questo, senza grandi voli pindarici sulla sua utilità a rappresentare l’intero spettro della condizione umana. Nessun economista serio penserebbe che il PIL, preso da solo, possa dire TUTTO dello stato di salute di una nazione. Quello che si è scoperto, empiricamente, è che il PIL è una proxy molto efficace di altri indicatori quali sanità, istruzione, speranza di vita alla nascita, tasso di mortalità infantile, ecc. E per questo viene spesso usato per dare un’indicazione sintetica di come sta un paese. Infatti se ci pensate è più comune sentir parlare di come varia il PIL da un anno all’altro, piuttosto che del suo valore assoluto (che di per sé vuol dire poco).

Il valore degli asset finanziari è tutt’altra cosa. È una grandezza di stock, che misura il valore (di mercato) di un determinato titolo in un preciso momento. Quando si parla di PIL si intende la misura che viene fatta annualmente di quella grandezza, mentre il valore di un asset viene determinato secondo per secondo sui mercati. Per rendere il confronto ancora più semplice, il mio PIL è lo stipendio che guadagno in un anno, mentre i miei asset sono i beni di mia proprietà, quindi i soldi che ho in banca (frutto degli stipendi risparmiati), la casa di proprietà, i mobili, l’auto, il mio portafoglio azionario, le monetine che ho in tasca, ecc.

Il cosiddetto “valore degli asset finanziari”, quello che viene utilizzato nel suddetto titolone, sarebbe più ragionevolmente confrontabile con la ricchezza di un paese (o del mondo) invece che con il reddito/PIL. Infatti l’Italia ha (nel 2011) un PIL intorno ai 1500 miliardi di euro, a fronte di un patrimonio complessivo di circa 8500 miliardi. Tale patrimonio, come detto, comprende tutti gli asset in possesso dei cittadini e accumulati negli anni (immobili, titoli di stato, depositi bancari, banconote sotto il materasso, ecc.). Va specificato che questo valore non può che essere teorico, in quanto dipende dal valore di mercato di un bene: se il mercato immobiliare va in crisi e i valori degli immobili scendono, il patrimonio di chi possiede un immobile perde valore. L’unico modo di sapere con certezza il valore di un bene è venderlo, così da avere un riferimento oggettivo della sua valorizzazione. Ma visto che non è né possibile né auspicabile vendere l’intero patrimonio degli italiani in un colpo solo, tale valore rimane aleatorio e variabile nel tempo.

Similmente, quando si sente al tg che le borse hanno “bruciato” 10 miliardi, non significa certo che il PIL è sceso di 10 miliardi! Significa invece che il mercato ha svalutato (deprezzato) determinati asset, perché quel giorno ci sono state più persone che volevano vendere di quelle che volevano comprare (eccesso di offerta, cioè mercato “lungo”). Quando invece ci sono più operatori che vogliono comprare rispetto a quelli che vogliono vendere i prezzi salgono (eccesso di domanda, quindi mercato “corto”).

Se si vuole davvero misurare l’indice di “finanziarizzazione” di un’economia, bisogna confrontare il valore aggiunto prodotto dal settore bancario/finanziario sul PIL complessivo dell’economia. E facendolo si noterebbe (vedi grafico sotto) che la finanza pesa meno del 10% dell’economia nazionale anche nei paesi anglosassoni (che hanno un settore tradizionalmente più sviluppato rispetto alla Europa). Tanto? Poco? Se ne può discutere (anche se da un punto di vista di mercato ha poco senso affermare che un settore è “troppo” o “poco” sviluppato), ma converrete che c’è una certa differenza con il credere che la finanza “conti” il doppio di tutto il resto dell’economia mondiale.

Valore aggiunto del settore finanziario in percentuale del PIL

Valore aggiunto del settore finanziario in percentuale del PIL

Una Risposta

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  1. filippo said, on 10 gennaio 2014 at 05:59

    chiaro e sintetico. complimenti.


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