Thin(k) Freedom

Cotto e posato

Posted in Cose di Ca' Ska by Ronin on 28 gennaio 2014

Come spiegato nell’ultimo post, abbiamo sempre saputo che la ristrutturazione del piano di sotto sarebbe stata molto più rapida del piano superiore.

Ma non ci siamo mai illusi che sarebbe stato facile!

Come primo lavoro ci siamo occupati dei pavimenti, e del cotto in generale, comprendendo anche i gradini che collegano le due stanze e la soglia d’ingresso.

Chiarisco subito che non è mai stato in discussione che potessimo occuparci da soli della posa del cotto nelle stanze. Oddio, avremmo potuto farlo, anche se probabilmente i risultati sarebbero stati deludenti e avremmo impiegato un paio di mesi invece che un paio di giorni.

La difficoltà di posare il cotto non sta tanto nel tenere in bolla una mattonella, ma nel rimanere dritti man mano che si procede nell’insieme della stanza, e soprattutto nell’essere sicuri che tutti i punti siano in bolla, anche quando sono distanti 6 metri. È molto facile credere di tenere una linea diritta, per poi rendersi conto che si sta pericolosamente deviando, o zigzagando nel tentativo di raddrizzare una stortura precedente. Per noi non è mai stato facile essere precisi su davanzali e soglie, figuriamoci in una stanza 6×4 metri. Abbiamo comunque imparato molto dagli insegnamenti del muratore, quindi forse (FORSE) ora ci sentiremmo anche di fare una stanza da soli. L’idea (che in realtà ho avuto ora) è di verificare le nostre skills sul pavimento della depandance, quando sarà il momento.

Prima del lavoro vero e proprio, non posso non citare la fase di analisi per capire se il cotto di recupero proveniente dal piano di sopra sarebbe bastato. Di base si trattava di più metri quadrati di quelli che dovevamo fare ora (perché comprendeva non solo le due stanze di sopra, ma anche i soppalchi), ma nella rimozione avvenuta 4 anni prima una certa percentuale erano andate rotte. Il dubbio non era se le mattonelle fossero abbastanza, che lo erano di sicuro, ma come gestire il fatto che fossero di due tipologie diverse: per chiarire, fatto pari a 100 il totale del cotto, circa 60 era rettangolare, mentre il restante quadrato (quest’ultimo in parte già usato per il bagno e i davanzali delle finestre). Abbiamo ovviamente fatto i dovuti calcoli basandoci sulle misure delle mattonelle rispetto alla superficie delle stanze, ma sapendo che nella posa è necessario fare un certo numero di tagli (perché difficilmente la larghezza della stanza sarà esattamente divisibile per un numero intero di mattonelle), il rischio di non starci dentro è alto, soprattutto se si ha poco margine. Insomma, il dubbio era se con le sole mattonelle rettangolari saremmo riusciti a finire entrambe gli ambienti, per avere una sola forma in tutto il piano di sotto. La risposta, dopo vari ragionamenti, è stata che no, non potevamo rischiare perché era troppo al limite. E ovviamente la scelta va fatta prima a mente fredda, perché se poi si arriva a 2/3 della seconda stanza senza più mattonelle sono cazzi..

Alla fine abbiamo scelto bene perché, sulla base del materiale avanzato, decisamente non ci saremmo stati con le sole rettangolari: quindi abbiamo optato per mettere le rettangolari nella sala (più grande) e quelle quadrate in cucina. Per non rischiare di finire anche quelle quadrate (visto che è sempre utile averne di scorta, nel caso si rompano, e anche perché dovevamo ancora fare i gradini fra le due stanze), l’ultimo mezzo metro della cucina è stato fatto con quelle rettangolari. Prima che inorridiate, va chiarito che quel mezzo metro verrà del tutto coperto dalla cucina, dagli elettrodomestici e dai cassetti, quindi non si vedrà mai lo stacco fra le due forme.

E ora vi spiego come abbiamo lavorato.

La prima cosa illuminante che abbiamo imparato riguarda la consistenza del cemento per il fondo. Noi abbiamo sempre fatto, indifferentemente dal tipo di utilizzo, un cemento piuttosto liquido e morbido, nella convinzione che questo permettesse di “giocare” meglio sulle inclinazioni delle mattonelle, facilitando la messa in bolla. Niente di più sbagliato, visto che la prospettiva è esattamente ribaltata: il cemento va fatto molto asciutto e sabbioso, così da avere uno strato “solido” su cui incassare le mattonelle ed evitare che si muovano. Per fare un confronto, noi facevamo il cemento in parti 1/3 (1 di cemento e 3 di sabbia), con una quantità di acqua tale da avere una consistenza finale simile a una crema un po’ granulosa. Quelle sono le proporzioni giuste per fare un intonaco, ma per un fondo non vanno bene. Il rapporto giusto per una gettata è di 1/6, utilizzando la quantità minima di acqua per legare sabbia e cemento. La consistenza finale è praticamente quella della sabbia bagnata, tanto da farlo a malapena sembrare cemento (come si vede dalla foto sopra).

Questo sistema ha permesso al muratore di essere molto più rapido e preciso nei getti (dove lo posizioni il cemento sta, non si spande intorno) e di velocizzare in modo impressionante la posa delle mattonelle: lavorando su un metro quadro circa alla volta, il muratore vi rovesciava sopra un paio di carriolate di cemento, lo spianava e poi iniziava a posare le mattonelle dall’angolo, affossandole con forza in quella “sabbia-cemento” per noi così inusuale. Per mettere tutto in bolla schiacciava il pavimento appena posato con un’asta di alluminio, così da raddrizzare le imprecisioni della prima posa. Una volta controllato con la bolla che non ci fossero pendenze strane, procedeva nel metro quadro successivo.

Con questa tecnica in due giorni abbiamo posato i pavimenti di entrambe le stanze al piano di sotto (esclusi i gradini, fatti da noi). Il pavimento in foto appare scuro perché si stava ancora asciugando dalla gettata sottostante.

Va però chiarito un aspetto: con questo sistema si fissano le mattonelle alla base, ma le fughe rimangono vuote. Infatti il cemento di quella consistenza non si infila negli spazi fra le mattonelle, ma rimane confinato sotto. Inoltre, la “sabbiosità” del cemento non può garantire una tenuta ottimale, lasciando spazio per piccoli movimenti delle mattonelle quando ci si cammina sopra.

Ma non bisogna disperare, perché il processo non è di certo concluso: la seconda fase è molto importante, e prevede il riempimento delle fughe con un cemento liquido detto (più o meno colloquialmente, non mi è dato di capire) “boiacca”. In sostanza è pura polvere di cemento amalgamata con acqua, senza sabbia. Il composto deve essere praticamente liquido, non denso, tale da essere rovesciato sul pavimento con i secchi come se fosse acqua.

Quindi, dopo una settimana/dieci giorni dalla posa, si compie questa operazione di consolidamento, nella quale la boiacca liquida va ad infilarsi anche all’interno della gettata di fondo, riempiendo gli interstizi sabbiosi e rafforzando la presa sulla mattonella appoggiata sopra. Inoltre, continuando a buttare secchi su secchi, e lasciando assorbire il liquido, si arriva a riempire anche le fughe fra il cotto. Per spargere il liquido si può utilizzare un frattazzo di plastica/gomma oppure, più grezzo ma più rapido, una vecchia scopa.

Il cotto, soprattutto quello di recupero, poroso e non trattato, assorbe molto. Per evitare che le mattonelle assorbano la boiacca, e asciugandosi restino sporche a vita, è importante bagnare prima le mattonelle con abbondante acqua e, una volta concluso il lavoro, pulirle attentamente. Questa seconda cosa è tanto importante quanto noiosa e spaccaschiena: ci abbiamo messo una mezza giornata per stanza, pulendo le mattonelle con frattazzo di gomma, spugnette e stracci. Il problema è che pulendo con troppa forza e rapidità, si rischia di far “saltare” anche la boiacca ancora bagnata fra le fughe. Bisogna quindi lavorare pezzo per pezzo, stando attenti a pulire solo la superficie della mattonella senza intaccare le fughe. Alla fine, una volta asciutto il pavimento è ulteriormente rafforzato da questo cemento puro solidificato (e durissimo) che come una rete blocca tutte le mattonelle.

Una volta finita questa fase, per non farci mancare niente, abbiamo fatto un ultimo strato di boiacca con la nostra ormai famosa malta beige, la stessa usata per le stuccature, visto che non ci piaceva la fuga color cemento. Siamo riusciti a farci stare un altro mezzo centimetro di fuga perché il liquido precedente, durante l’asciugatura, era evaporato molto calando di circa 0,5-1 cm sotto al livello del pavimento. Con il secondo strato (fatto con le stesse proporzioni della prima boiacca, solo sostituendo il cemento con la biocalce) siamo quindi arrivati all’altezza finale.

Visto che in cucina le fughe erano più larghe di quelle della sala, e continuavamo a rovesciare malta sulle mattonelle, sporcando e pulendo in continuazione senza che l’assorbimento sembrasse avere fine, a un certo punto abbiamo elaborato una tecnica innovativa, utilizzando una mezza bottiglietta d’acqua con una cannuccia infilata nel tappo per far colare la malta nella fuga senza sporcare la mattonella. Può non sembrare, ma abbiamo risparmiato un bel po’ di tempo rispetto al metodo grezzo.

Come ultimo passaggio cito la posa della soglia: inizialmente l’avevamo lasciata da parte perché non eravamo sicuri di farla di cotto. Non era male l’idea di farla in pietra serena, o addirittura in legno. Ma visto che ultimamente stiamo cercando di essere più concreti ed efficaci (anche con l’obiettivo di arrivarci veramente in fondo, a questa casa), alla fine il cotto era la soluzione più pratica, e così abbiamo fatto.

Ci siamo anche concessi lo sfizio di posizionare all’esterno un bel pietrone, a fare da ingresso e da battuta per la porta.

Attualmente il pavimento è nuovamente sporco per tutti i successivi lavori svolti e per la terra e la polvere portate dall’esterno, ma fortunatamente si tratta di sporco superficiale, non di calce o cemento che diventano difficili da rimuovere se assorbiti. Anche in questo caso non ci si può fare più di tanto perlomeno fintanto che il piano di sotto è ancora un mezzo cantiere. Quest’estate, quando auspicabilmente il grosso dei lavori sarà terminato, ci sarà anche il momento delle pulizie generali e dei trattamenti protettivi che faranno risaltare a dovere il nostro nuovo pavimento.

E ci sarà spazio per le foto definitive del piano terra (non disperate..).

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Prima dei pavimenti, che sono stati il core del lavoro, ci siamo dovuti dedicare anche a costruire i gradini che portano dalla sala alla cucina, per superare il metro circa di dislivello fra le due parti della casa.

Questo lavoro è stato particolarmente divertente, perché ci ha impegnato senza aiuti esterni dall’inizio alla fine. E con “inizio” intendo proprio il nulla più completo, una discesa di terra e ciottoli fra le due colate grezze delle stanze a monte e a valle. Il difficile è stato calcolare l’altezza dei gradini, perché (al netto della difficoltà di prendere le misure in quella discesa irregolare) eravamo vincolati dal fatto che la scala avrebbe dovuto svilupparsi in parte all’interno delle due stanze. La soluzione è stata imposta dalla mera geometria, in quanto il muro, pur essendo spesso mezzo metro, non lo era abbastanza per accogliere tutte le scale, a meno di non farle eccessivamente ripide (ma un metro di sviluppo verticale per 50 cm in orizzontale non è consigliabile..). Inoltre, in qualunque altro modo la si fosse pensata (ad esempio con due gradini che entrano nella cucina, senza intaccare la sala, come d’altronde è stato fatto al piano di sopra) si sarebbe finito per sbattere regolarmente la testa sull’architrave dell’ingresso. Per questo la scala è stata progettata con un gradino all’interno della cucina e uno all’interno della sala (il primo a salire rispetto al pavimento e il secondo a scendere). Dopo aver misurato l’altezza totale del dislivello abbiamo fatto un medione per decidere l’altezza dei gradini, circa 20 cm di alzata e 20 di pedata. Non siamo riusciti ad essere millimetrici, ma alla fine abbiamo rispettato abbastanza le misure.

Per prima cosa abbiamo dovuto far passare il tubo dell’acqua attraverso le (future) scale, per fargli attraversare la stanza e arrivare alla cucina. Una cosa di per sé semplice, anche se bisogna assicurarsi che il tubo sia posizionato al di sotto del livello in ogni punto della scala (fortunatamente non abbiamo dovuto fare troppe curve).

Il lavoro vero è stato poi ricavare dei gradini come si deve, con angoli a novanta gradi. Escluso di farlo “a sboccio”, la soluzione più pratica ci è sembrata quella di posizionare un’assetta di legno verticale nel punto dell’alzata, alta fino a quello che sarebbe diventato il livello del gradino. Dopo averla messa in bolla e fissata con dei morsetti per non farla muovere, si è trattato solo di riempire lo spazio vuoto dietro l’assetta di cemento e sassi (per dare un po’ di struttura), livellando con il frattazzo fino all’altezza desiderata. Una volta asciugato il cemento, si rimuove l’assetta e si ottiene la forma corretta del gradino.

Eseguito questo procedimento per i due gradini interni al muro, cioè quelli più “informi” e difficili da costruire, abbiamo costruito il gradino interno alla cucina con mattoni forati di recupero (ingegnandoci, anche in questo caso, per far passare all’interno i tubi dell’acqua). In questo caso la difficoltà è stata dover arrivare alla dimensione voluta utilizzando mattoni standard, motivo per cui abbiamo fatto un ultimo strato di tavelle per arrivare all’altezza giusta. Il gradino interno alla sala invece era relativamente semplice in quanto avevamo già bucato la colata di cemento tempo fa e si è trattato solo di cementarne le alzate.

Costruita la struttura della scala, rimaneva solo da scegliere il rivestimento. Inizialmente avevamo pensato di “spezzare” facendo i gradini in legno, visto che entrambe le stanze sono pavimentate in cotto. Pensandoci bene, ci siamo resi conto che utilizzare il cotto sarebbe stato molto più comodo, visto che il legno necessita di essere scelto con cura, tagliato su misura, trattato.. Inoltre, fissare dei gradini in legno alla sottostante colata in cemento sarebbe stato senza dubbio più complesso (i tasselli si sarebbero visti da sopra, mentre altri metodi con cavicchi o perni avrebbero fatto perdere troppo tempo). Insomma, alla fine per semplicità abbiamo sfruttato il nostro amato cotto avanzato dalle due stanze, così da dare un’omogeneità anche rispetto ai gradini del piano di sopra, alle soglie e ai davanzali. Il risultato mi pare buono, e il senso di continuità fra i due ambienti secondo me in questo caso vince sull’esigenza di spezzare l’eccessiva uniformità di materiali. Questo soprattutto considerato l’effetto, intuitivamente curioso ma piacevole, della scala che inizia con il primo gradino all’interno della sala e l’ultimo all’interno della cucina, soluzione nata per motivi pratici ma che ha poi acquisito una propria dignità estetica, come raccordo fluido fra i due ambienti.

Purtroppo non ho foto della scala finita, per vari non interessanti motivi (che comprendono la rottura della mia macchina fotografica e il successivo tentativo di recuperare foto dai vari smartphone). Arrivo fino alla posa del cotto sui gradini, che comunque dà un’idea abbastanza efficace della scala definitiva.

Vi lascio con alcune bonus pic prese da altri lavori sparsi fatti con il cotto.

Nel primo caso si tratta dei gradini del piano di sopra fra il salotto e la camera da letto (che colpevolmente non avevo mai mostrato). In questo caso il lavoro era stato più semplice perché erano già impostati da quelli vecchi, e siamo riusciti agevolmente ad arrangiarci con mattoni forati e pianelle, successivamente intonacati.

Anche la soglia dell’entrata al primo piano, che insieme ai davanzali è stato uno dei primi tentativi (quasi) riusciti di lavorare con questo bel materiale di recupero, merita almeno due foto.

E infine un paio di foto dei davanzali delle finestre in cucina, per chiudere in bellezza (con me e Simo, s’intende).

Dopo questo delirio color rosso mattone, al prossimo appuntamento l’ubriacatura sarà di legno..

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