Thin(k) Freedom

Per un pugno di euro

Posted in Dategli brioches by Ronin on 24 aprile 2014

Renzi e Padoan

Pare che gli 80€ in busta paga si vedranno davvero a maggio. La notizia è certamente positiva e dimostra se non altro la determinazione di Renzi a non finire nel vortice delle promesse non mantenute, terreno scivoloso per qualunque politico. Vero però è che le promesse andrebbero meditate meglio, pena il rischio di trasformarsi in boomerang. A valle dell’annuncio frettoloso a inizio marzo, ci è voluto poco a capire che il tema era complesso e che si era buttato il cuore oltre l’ostacolo senza analizzare bene coperture e platea dei beneficiari.

Un mese dopo il decreto è nero su bianco (anticipato dal Sole, a giorni sarà pubblicato in Gazzetta) e gli esperti possono permettersi analisi più puntuali. La migliore che ho letto è quella della mai abbastanza lodata (per l’eccelso lavoro di informazione economica) LaVoce.info. Il professor Zanardi (che ho potuto apprezzare come presidente del mio corso di laurea all’Università di Bologna) spiega, in modo forse un po’ tecnico ma comprensibile ai più, i dettagli della misura, evidenziandone pregi e difetti.

Quello che salta subito all’occhio è un certo pasticciamento nella struttura del “regalo”: inizialmente presentato come un’aumento della detrazione da lavoro dipendente sull’IRPEF, ventilato come aliquota ridotta sui contributi previdenziali, alla fine è diventato un vero e proprio bonus, detratto dalle ritenute che il sostituto d’imposta (il datore di lavoro) effettua sul salario lordo del dipendente.

Ha ragione Zanardi a far notare come i difetti di questo approccio (li vedremo fra poco) permettono perlomeno di non intervenire sulla struttura dell’IRPEF, già sufficientemente schizofrenica a causa di un sistema di aliquote e detrazioni mal disegnate che trasformano le 5 aliquote nominali in 2 sole aliquote marginali effettive (consiglio la lettura di questo e questo articolo, illuminanti nel mostrare il problema di equità creato dalle detrazioni IRPEF decrescenti). Il sistema fiscale italiano (quindi non solo l’IRPEF, ma anche la tassazione sulle imprese, sulle quali svetta l’obrobrio economico dell’IRAP calcolata sui ricavi invece che sugli utili) ha bisogno di una riforma organica e meditata, e questo non poteva evidentemente essere fatto in poche settimane.

I problemi del bonus sono di due ordini:

1. L’importo è uguale per tutti i redditi compresi fra 8.000 e 24.000€, mentre taglia completamente fuori i redditi sotto agli 8.000€ (i c.d. “incapienti”, in quanto non raggiungono la soglia minima per essere sottoposti a tassazione) e quasi completamente quelli sopra ai 24.000€. Dico quasi perché è previsto un mini-scivolo fra i 24 e i 26.ooo€, tuttavia talmente brusco da risultare quasi inesistente. Quindi, oltre al problema di equità del lasciare fuori i lavoratori più poveri, esiste proprio un tema di aliquote marginali che schizzano verso l’alto improvvisamente: prima per i redditi bassi, con l’erogazione del bonus per i lavoratori che percepiscono 8.146€ di reddito e l’esclusione di quelli che guadagnano 8.145; poi per i redditi “alti”, che dopo i 24.000€ si vedranno ridotto talmente velocemente il bonus che la loro aliquota marginale in quella fascia (cioè la tassazione per ogni euro in più guadagnato) sarà intorno all’80%. In generale, si poteva pensare una “gradinata” invece che un gradone di questo tipo, se non altro per non disincentivare la produttività (e gli straordinari) in quella fascia di reddito.

2. La struttura stessa del bonus, e la sua gestazione, è tale da non essere percepita come una misura strutturale. Renzi e Padoan si sono consumati le corde vocali a forza di ripetere che nella Legge di Stabilità si troverà una forma più ordinata per rendere permanente lo sgravio, ma viste le difficoltà sostenute a reperire le coperture già solo per la quota 2014 (che riguarda poco più che metà anno solare), il dubbio riguardo ai 10 miliardi per coprire il costo del bonus a regime rimane forte. Come ricorda Zanardi facendo l’esempio delle promesse su IMU e simili, se una misura non viene percepita come strutturale dai cittadini difficilmente si tradurrà in uno stimolo forte alla domanda, perché gran parte dei beneficiari tenderanno a risparmiare i soldi invece che a spenderli.

 

 

Già, le coperture, altro aspetto molto discutibile.

Lo sforzo per trovare i soldi necessari a finanziare lo sgravio è stato encomiabile, ma si è inevitabilmente tradotto in alcune misure davvero poco ragionevoli. Come prevedibile, ridimensionate le previsioni di risparmio apportate dalla spending review (nonostante molti articoli del Decreto contengano misure realmente utili e giuste), si è dovuto pescare da altre tasche. E Renzi è stato bravo (e furbo) a trovare quelle meno indigeste, cioè le tasse sugli strumenti finanziari.

Non voglio sprecare troppo inchiostro, perché so già che è una causa persa: qualunque cosa contenga la parola finanza viene inevitabilmente accostata ai ricchi e agli speculatori, a prescindere da tutto, e poco importa che gli strumenti finanziari sono anche forme di risparmio di milioni di italiani normalissimi. Consiglio la lettura degli articoli di Mario Seminerio, sempre graffianti ma non per questo meno veri riguardo al qualunquismo che circonda questo tema, con parole al vento su “rendite”, “speculatori”, “grandi patrimoni”, la Triade del Male. La realtà è questa: la tassazione sul risparmio mobiliare (quella sull’immobiliare ha già riempito enciclopedie) è estremamente iniqua, e le misure scelte non la migliorano, perché:

I frutti dell’investimento di un trentenne in un fondo d’investimento, fatto con l’obiettivo (direi per nulla bieco) di risparmiare qualche soldo e farlo fruttare, sono tassati alla stessa aliquota dei capital gain che Silvio Berlusconi ottiene sui miliardi di euro investiti sui mercati. Inoltre, un investimento in azioni e obbligazioni (quindi di imprese che operano nell’economia reale, non nella finanza) viene tassato molto più di un investimento in titoli di Stato. Un’assurdità sia per l’incentivo implicito a banche e privati ad imbottirsi di BTp, cui seguono i noti circoli viziosi fra debiti sovrani in crisi e sistema bancario indebolito, che per il paradossale disincentivo ad investire in titoli mediamente più redditizi e più produttivi quali sono quelli dei mercati azionari.

Queste sono a mio parere (e non solo mio) misure inique e illogiche, superabili solo con una proposta realmente rivoluzionaria ed equa: inserire tutti i guadagni da capitale (capital gain e dividendi), relativi a qualunque strumento finanziario (azioni, obbligazioni, derivati, titoli di stato) nella dichiarazione dei redditi, tassandoli all’aliquota marginale IRPEF (eventualmente con una franchigia per i piccoli redditi). Né più né meno. Se veramente si vuole rimodulare a rialzo le tasse sulla finanza (obiettivo che si può condividere), almeno che lo si faccia in modo razionale, facendo pagare proporzionalmente di più a chi ottiene guadagni milionari con i propri portafogli, neutralizzando l’effetto fiscale nelle scelte d’investimento e aumentando presumibilmente il gettito.

 

 
In conclusione, capisco che posso aver dato l’idea di disapprovare la manovra di Renzi, ma non è così. Il bonus è stata un’idea giusta, che può davvero fare qualcosa per il quadro macroeconomico del Paese (anche se sarebbe assurdo aspettarsi miracoli). Gli interventi di policy tuttavia possono essere fatti in tanti modi, e in ogni scelta c’è un trade off di equità e efficienza. In questo caso specifico non si è brillato in nessuno dei due aspetti, e i difetti del Decreto non possono essere nascosti dietro a una manciata di banconote fatte sventolare sulle prime pagine.

Voglio tuttavia vedere anche un disegno strategico nelle azioni del Premier, e cinicamente lo posso anche capire: le elezioni europee sono alle porte, questi 80€ gli servono chiaramente per dare un segnale e far capire che sta facendo sul serio e non è solo un paroliere. Scollinando le elezioni di maggio, e nel corso del semestre europeo, Renzi dovrà alzare il livello del dibattito, rimettere la giacca di pelle nell’armadio e cercare di convincere i partner europei che il percorso sulla strada delle riforme (non solo economiche) è realistico e ben avviato. Con una Legge di Stabilità seria, mantenendo sempre questo stile un po’ frenetico da Uomo del Fare, e senza incagliarsi sulle riforme istituzionali, il Governo può seriamente pensare di superare anche il 2015 e arrivare a fine legislatura.

E a quel punto gli uccellaci del malaugurio (fra cui il sottoscritto), che a gennaio ritenevano il tradimento di Renzi verso Letta un clamoroso errore politico, saranno ben contenti di ricredersi.

2 Risposte

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  1. Diego said, on 24 aprile 2014 at 10:11

    Ciao Popo,

    complimenti….. è sempre un piacere leggere i tuoi articoli che oltre ad essere ben scritti sono ben argomentati!!

    BRAVO!

    Diego

  2. […] governo non mi hanno particolarmente invogliato a dargli il mio voto (come si può capire anche da qui). Come sempre, cerco di non farmi influenzare dall’emotività, e di scegliere in base al […]


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