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Keep calm and vote for Europe

Posted in Dategli brioches by Ronin on 22 maggio 2014

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Quante persone, intervistate a caso per strada, saprebbero indicare il nome del leader del PSE? Anzi, quante di queste avrebbero idea di cos’è il PSE?

Tristemente, molto poche. E in larga parte non è neanche colpa loro.

Come noto ai commentatori politici e ai sondaggisti, tradizionalmente le elezioni europee esprimono un voto di pancia più che di testa: gli elettori, sapendo che non si sta votando per i propri rappresentanti, passatemi il termine, “diretti”, colgono l’occasione per scegliere le ali estreme al fine di mandare un messaggio di scontento ai propri governanti, sapendo che questo non apporterà cambiamenti immediati alle proprie vite (o, almeno, credendo che sia così). Non mi sento affine a questa mentalità, sia perché un voto dato solo in ottica punitiva è molto limitante (può essere una componente, ma non l’unica), ma soprattutto perché le istituzioni UE influenzano la nostra vita molto più di quanto non sembri, se si pensa che praticamente tutte le decisioni strategiche di medio-lungo termine sono prese a Bruxelles. Un esempio che vedo da vicino, per ragioni di lavoro, è l’iter di recepimento (molto articolato e seguito con estrema attenzione dagli operatori) della Direttiva UE sull’efficienza energetica, un provvedimento che influenzerà profondamente il settore per i prossimi 10 anni almeno.

Per questa ragione credo che l’approccio giusto da seguire domenica sia, banalmente, di votare in ottica europea e non nazionale. Quindi non per il PD ma per il PSE. Non per Matteo Renzi, ma per Martin Schultz. È un cambio di visuale non semplice per molti elettori, innanzitutto perché gli organismi europei sono percepiti come qualcosa di tecnocratico, lontano e diverso da noi. Le sigle dei partiti europei, PSE, PPE, ALDE, ecc., sono entità del tutto sconosciute al di fuori dei nerd della politica, e a maggior ragione lo sono i loro leader. Ma anche perché è difficile percepire, dai media, dai giornali e dai dibattiti in tv, l’essenza europea di queste elezioni: non mi è mai capitata sotto l’occhio una doppia pagina di giornale che provasse a dare una quadro approfondito delle diverse liste europee, con tanto di programmi, curriculum dei leader, i partiti aderenti dalle varie nazioni, magari con un box for dummies sulla struttura istituzionale dell’UE (ruolo di Parlamento, Consiglio, Commissione, ecc.).

In generale si parla delle elezioni come se fosse una competizione limitata a PD, M5S e Forza Italia. Sicuramente le elezioni possono avere ripercussioni anche sulla politica nazionale, e dopotutto sono i candidati italiani afferenti a quei partiti che si andranno a votare, ma dovrebbe comunque rimanere sempre chiara la consapevolezza che non si stanno eleggendo i futuri inquilini di Montecitorio o Palazzo Madama, ma quelli di Bruxelles. Da giugno siederanno in quell’aula 750 persone per buona parte diverse da quelle che ci sono state negli ultimi 5 anni, che voteranno direttive, regolamenti e invieranno pareri ai Governi. E che dopo poco pure l’esecutivo dell’Unione Europea, la Commissione, sarà del tutto rinnovato, con le conseguenze che questo comporterà sulle scelte strategiche future. E anche il leader de facto dell’Europa, la Germania, non potrà non fare i conti con l’esito del voto di 500 milioni di persone.

Fortunatamente qualche timido aiuto arriva dal Trattato di Lisbona, in base al quale ogni partito/coalizione ha ora la possibilità di indicare il proprio candidato alla Commissione Europea (la cui elezione è tradizionalmente appannaggio dei governi degli Stati membri, con un complesso sistema di pesi a seconda dell’importanza relativa degli stessi). Certo, il Consiglio Europeo (l’organo formato dai capi di governo dei 28 membri) dovrà solo “tenere conto” delle preferenze espresse dal Parlamento, non ne è vincolato. Ma un’apertura di questo tipo è indice di un processo che porterà con ogni probabilità all’elezione diretta del Presidente della Commissione UE nel 2019 o nelle elezioni successive (sempre che cambi radicalmente la struttura dell’Unione Europea, cosa che potrebbe anche accadere). Questo punto di arrivo è inevitabile se si vuole aumentare il livello di rappresentanza democratica dell’UE, ad oggi ancora troppo mediata e influenzata dai governi nazionali.

Quindi da bravo nerd non posso che consigliare una visita ai siti dei principali partiti (Partito Popolare Europeo, Partito Socialista Europeo, Alleanza Liberaldemocratica Europea, Sinistra Europea, Verdi Europei) almeno per farsi un’idea dei loro orientamenti a prescindere dai rispettivi aderenti nazionali (che vanno comunque considerati, sia chiaro). Inoltre, per quelli più pigri che sbiancano di fronte a pdf e slide, esistono alcuni test elettorali (questo e questo sono i migliori) molto ben fatti che aiutano a individuare la propria posizione sullo scacchiere politico europeo: so che alcuni inorridiranno di fronte al consiglio di scegliere chi votare sulla base di un test, ma personalmente non ci trovo nulla di scandaloso, se lo strumento viene utilizzato nel giusto modo. È una via più interattiva e guidata, utile per interrogarsi nel merito dei singoli temi e che obbliga a riflettere su argomenti che non capita quotidianamente di affrontare. È soltanto un modo diverso di leggere un programma elettorale, visto che alla fine per ogni domanda si può guardare come si posizionano i vari partiti (in quello di OpenPolis, mentre in MyVote ci sono addirittura le risposte ai quesiti dei singoli europarlamentari). Inoltre, il menu a tendina che permette di approfondire domanda per domanda, e che contiene sia argomentazioni pro che contro alla questione, è utile a chi è proprio a digiuno di politica e di attualità per ottenere qualche informazione in più. Infine, il fatto di dover rispondere in modo netto alle domande (pur con sfumature) obbliga i partiti e i parlamentari a non girare sofisticamente attorno alle questioni scottanti, ma a prendere una posizione chiara. È ovvio, comunque, che il risultato vada interpretato e non seguito alla lettera, ma credo che molti si stupiranno di trovarsi proprio dove pensavano di essere, a riprova della qualità del sondaggio (fatto da professionisti e sponsorizzato dalle stesse istituzioni UE, quindi non certo qualcosa di raffazzonato). Mentre per altri forse il risultato non collimerà con le aspettative, una ragione in più per chiedersi se il partito per cui si pensava di votare è realmente vicino alle proprie idee.

Faccio anche una riflessione sul cosiddetto “voto utile”, il cui appello è meno brutto di quello a favore dell’astensione (di cui ho scritto tempo fa), ma è ancora più irritante. Si tratta della convinzione diffusa che l’unico voto sensato sia quello dato ai due partiti maggiori, gli unici che hanno reali chances di vittoria e quindi gli unici che varrebbe la pena scegliere. Io ho spesso criticato il fenomeno che vede i partiti piccoli schiavizzare la maggioranza al governo, con il potere di veto posto strumentalmente su determinati provvedimenti per ottenere benefici particolari. Resto convinto che la legge elettorale debba assicurare la governabilità e l’efficacia dell’azione di governo attribuendo un premio di maggioranza alla lista che ha ricevuto più voti, ma non può arrivare al paradosso di impedire l’esistenza di formazioni politiche sostenute da milioni di persone (e in questo senso il sistema a mio avviso migliore è il maggioritario a doppio turno, con un primo voto di reale appartenenza e un secondo di pragmatismo). Al netto di una ragionevole soglia di sbarramento al 4-5% (e senza le minchiate correttive proposte dalla legge elettorale in discussione, ad esempio che la soglia diventa l’8% per i partiti che si presentano non coalizzati), è legittimo e democratico che partiti nuovi e di dimensioni minori abbiano la possibilità di vincere seggi in Parlamento e, grazie a ciò, rafforzarsi negli anni e impensierire i “big” che viaggiano oltre il 25-30%. Senza questa tutela della minoranza si arriverebbe a una dittatura dei partiti maggiori, che anzi devono essere costretti a confrontarsi con i newcomers, senza crogiolarsi sull’elettorato storico e ormai acquisito. In questo senso, dare per scontato il voto ai partiti maggiori ne riduce l’accountability e la mobilità elettorale (cosa che ovviamente va a loro vantaggio). Mi duole constatare che primo promotore del credo del voto utile è spesso il Partito Democratico, che ama proiettare scenari da bomba “Fine di Mondo” a tutti gli esiti nel quale egli stesso non risulta vincente, identificandosi quale unico custode del buonsenso e del buongoverno in un mondo di folli e disonesti. Io ho un certo rispetto per il PD, e con la guida di Renzi è ancora un partito che posso ritenere affine, ma questa tattica da “meno peggio” e “unica soluzione possibile” è piuttosto patetica e non fa onore ai contenuti che al PD certo non mancano (quindi meno spauracchi grillini e più prese di posizione).

Scelta Europea Verhofstadt

Questi due lunghi preamboli sono strumentali a spiegare il mio voto, che in queste elezioni andrà all’ALDE, il partito liberaldemocratico europeo che sostiene la candidatura di Guy Verhofstadt alla Presidenza della Commissione Europea. In Italia è rappresentata dalla lista di Scelta Europea, una coalizione di diversi partiti con alla guida Scelta Civica, Fare per Fermare il Declino e Centro Democratico (più svariate sigle liberali e federaliste di scarsa rilevanza).

Capisco che possa sembrare un voto strano, visti i miei endorsement passati per Matteo Renzi, ma dopo averci pensato a lungo sono convinto della bontà della scelta. Da un lato, valgono i discorsi di cui sopra: io voto in ottica europea, non italiana, e voto anche un partito che non raggiunge le due cifre percentuali, perché ritengo importante che un partito liberaldemocratico possa attecchire e diffondersi anche in Italia, storicamente poco affine alle tradizioni di questa dottrina politica. Il PD di Renzi inoltre veleggia ben oltre il 30%, e anche se ho ancora fiducia nel fatto che lo sbruffoncello di Firenze possa fare qualcosa di buono, questi mesi di governo non mi hanno particolarmente invogliato a dargli il mio voto (come si può capire anche da qui). Come sempre, cerco di non farmi influenzare dall’emotività, e di scegliere in base al programma che ritengo migliore, che in questo caso non è quello del Partito Democratico. E prima che qualcuno lo dica, so benissimo di aver sempre sostenuto che bisogna votare anche in base al giudizio che si dà del leader e della sua attitudine a essere un buon primo ministro. Ma in questo caso non si vota per il PD al Governo e per Renzi premier (che probabilmente sceglierei in caso di elezioni nazionali), ma per il Parlamento europeo e, indirettamente, per la Commissione. E in questo senso sia la piattaforma programmatica del PD/PSE che la candidatura di Martin Schultz sono qualcosa di piuttosto lontano dalle mie corde, al contrario dell’ALDE e del suo leader, un convinto europeista dalle solide idee liberali ma aperto al confronto (ha fondato il Gruppo Spinelli insieme alla storica guida dei Verdi europei Daniel Cohn-Bendit), con il quale trovo grande affinità di visione politica, economica e sociale.

Il capolista della circoscrizione Italia nord-orientale (che comprende l’Emilia-Romagna), cioè il candidato che voterò, è Michele Boldrin, leader di FARE e professore della Washington University in St. Louis, un economista di grande spessore che seguo da tempi non sospetti, quando era fra i principali contributor del blog Noise from Amerika. Una persona preparata che ha il “difetto” di essere intellettualmente onesto e diretto, in mondo, come quello della politica, che premia l’oratoria vuota e le risposte facili.

Scelta Civica e Fare per Fermare il Declino, le due colonne portanti della lista, rappresentano gli unici due soggetti autenticamente liberali che si possono trovare nel panorama politico italiano (non c’è bisogno che dica niente sul presunto liberalismo di FI, NCD, UdC e FdI, giusto?) e sono guidati/rappresentati da persone che stimo.

Fare è purtroppo ancora troppo simile a un movimento aggregatore più che ad una vera forza politica, e pesca da un target elettorale molto variegato e moderatamente incazzato: partite IVA e piccoli imprenditori prostrati dal fisco e crisi, precari di ogni genere, ex-Piddini ed ex-M5S delusi. È tuttavia una forza utile per avvicinare quell’area di astensione che normalmente sarebbe allergica al moderatismo e al filo-governismo degli altri partiti della coalizione.

Scelta Civica è indubbiamente più strutturato e organizzato: nonostante il risultato non certo eccezionale delle elezioni 2013 (intorno al 10%), e consapevole che a questa tornata probabilmente non arriverà alla metà di quel risultato, rimane la forza politica più vicina alle mie idee e rappresentata dalle persone che ritengo più capaci di tutto il Parlamento. Mi riferisco a Pietro Ichino, Irene Tinagli, Andrea Romano, Benedetto Della Vedova, Enrico Zanetti, Stefano Quintarelli. Il progressivo sfilarsi di Mario Monti nei mesi successivi alle ultime elezioni ha molto ridimensionato sia la visibilità del partito che la sua spinta riformatrice, e ha annebbiato un progetto che ritengo tuttora valido nei contenuti, anche se ha sicuramente peccato nella comunicazione e nella scelta degli alleati. Il peccato originale del cartello con l’UdC ha azzoppato sul nascere l’identità liberale e innovativa della coalizione, che avrebbe invece dovuto essere fin dall’inizio un tandem con FARE e con altri movimenti della società civile. Monti purtroppo si è fatto mal consigliare, sia sull’opportunità della sua discesa in politica (che altrimenti l’avrebbe reso un candidato ideale alla Presidenza della Repubblica) che sul valore aggiunto di un’alleanza con un partito già strutturato sul territorio. Ma nonostante tutto, la bontà del progetto per me è tutt’ora rappresentata dalle personalità coinvolte e dalle proposte programmatiche, con le quali ho una sorprendente sintonia. Leggendo il programma di Scelta Civica per queste elezioni 2014, è quasi inquietante il livello di allineamento con le mie convinzioni politiche, che sfiora il 100%.

Devo ammettere di essere piuttosto perplesso dalla presenza in coalizione del Centro Democratico di Tabacci, che per storia personale vedo poco identificabile con l’area che Scelta Europea intende rappresentare. Ma poiché una coalizione si costruisce sul programma condiviso, e in questo caso sul sostegno all’ALDE e sulla candidatura di Verhofstadt, se Tabacci ha accettato il patto di coalizione concedo il beneficio del dubbio e ingoio il rospo, considerato che si tratta della terza stampella e non certo del cuore della lista.

Diciamo che, per come la vedo io, la piccola area liberaldemocratica è ancora un progetto molto in divenire, estremamente fragile, pieno di contraddizioni e litigioso all’inverosimile. È però un progetto che va salvaguardato e fatto crescere. Chissà che passato il periodo elettorale non si riesca finalmente a dare la svolta nella direzione di un partito unitario, radicato e organizzato, una vera e propria ALDE italiana. Sempre che non esca fuori l’animo da primadonna del mondo liberale italiano, infinitesimale ed eppure pieno di personalismi e invidie (e l’annuncio che Corrado Passera presenterà un proprio movimento a giugno già mi desta qualche preoccupazione..).

Concludo con un accenno alla soglia di sbarramento al 4%, che rischia di non far eleggere nessun parlamentare a Scelta Europea (gli ultimi sondaggi la davano vicino alla soglia, ma al limite). Paradossalmente, tale rischio rafforza ancora di più la mia idea che anche un solo voto, in questo contesto, conti davvero. Al contrario del fenomeno che accade tipicamente in questi casi, esattamente opposto: i partiti che calano nei sondaggi vengono abbandonati per il timore di vedere perso il proprio voto, mentre quelli che salgono aumentano ulteriormente i propri voti sull’onda dell’emotività e del desiderio di salire sul carro del vincitore (le amministrative di Parma sono state l’apoteosi di questo fenomeno).

Il paradosso è che se Scelta Europea non supererà lo sbarramento i suoi voti andranno persi (virtualmente, nel senso che non rientrando nella ripartizione dei seggi è come se quei voti venissero ripartiti fra i partiti che hanno superato la soglia), anche se a livello europeo l’ALDE dovesse raggiungere il 10-15-20%. Questa è una stortura che spero verrà risolta con l’evolversi della costruzione europea, nell’ottica di un’elezione diretta delle liste europee e con soglie di sbarramento fissate a livello UE e non nazionale (così che ai fini del superamento del quorum conti la percentuale complessiva, non la somma di quelle nazionali).

Dopo il pipparozzo veramente infinito del politic-nerd (che ci prova a sopprimere questi bassi istinti, ma che ogni tanto riescono a venir fuori), non posso che augurare a tutti..

Buon voto!

Parlamento UE

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