Thin(k) Freedom

La domanda di Yali

Posted in Personal miscellaneous by Ronin on 5 ottobre 2014

Armi, acciaio e malattie

“Perché siete stati voi occidentali ad arrivare qui in Nuova Guinea con tutte queste tecnologie e conoscenze, e non è invece successo il contrario?”. La domanda viene posta da Yali, un giovane della Nuova Guinea, a Jared Diamond, il biologo/storico/antropologo americano, autore del libro “Armi, Acciaio e Malattie”.

La domanda di Yali è quella con cui i professori dovrebbero iniziare ad insegnare storia, il primo giorno del primo anno delle superiori. Al contrario della materia troppo spesso insegnata come susseguirsi autonomo di fatti (con le date imparate a memoria, buon Dio, le date!), la Storia di Diamond è stimolante perché impone al lettore di unire dei puntini apparentemente scollegati, individuando i macro trend che governano il corso degli eventi.

Con un’interdisciplinarietà portata all’estremo, prendendo a piene mani da antropologia, biologia, linguistica, agronomia, zoologia ed epidemiologia, il lettore viene portato per mano in un percorso a ritroso, che parte dall’assassinio dell’imperatore Inca, per arrivare a spiegare perché, in quel contesto, Pizzaro riuscì a sterminare un esercito di centinaia di migliaia di uomini con un pugno di cavalieri, e perché non è invece successo che fosse l’impero sudamericano a conquistare l’Europa (può sembrare una domanda stupida, ma non lo è per niente).

I rapporti causa-effetto a prima vista sembrano quantomeno originali, ma è procedendo nella lettura che le tesi acquistano robustezza, grazie all’amplissima ricerca esposta dall’autore. Così, la superiorità militare e tecnologica europea viene ricondotta alla superiore organizzazione dello Stato, a sua volta dipendente dalla numerosità della popolazione, che ancora è figlia della capacità di domesticare piante e animali che ha portato gruppi di cacciatori/raccoglitori nomadi a diventare agricoltori/allevatori stanziati. E anche queste scoperte, pur figlie dell’ingegno umano e del continuo tentativo di aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza, dipendono in ultima analisi dalla disponibilità di specie domesticabili in una determinata zona, a loro volta vincolate dalla geografia dei continenti e dal loro orientamento sull’asse nord-sud (Americhe e Africa) o est-ovest (Eurasia). Senza contare le digressioni sul ruolo fondamentale della trasmissione delle malattie (in particolare nella conquista delle Americhe) e del ruolo della scrittura nella crescita politica degli Stati. Ed è eccezionale la capacità dell’autore di presentare argomenti così diversi e complessi con un linguaggio incredibilmente fluido e didattico (quasi didascalico, per il numero di volte in cui ripete gli stessi concetti, per essere sicuro di farli assimilare).

Se le tesi vi sembrano forzate, leggete il libro per convincervi o confutarle, ne varrà la pena. L’esito morale dello studio di Diamond è un rifiuto totale delle teorie razziste, e dell’idea che determinati popoli siano geneticamente predisposti a dominarne altri a causa di una maggiore intelligenza e inventiva. L’autore mostra invece come fin dall’ultima glaciazione le scoperte e i progressi tecnologici dei popoli siano stati fortemente influenzati dall’ambiente naturale in cui essi erano inseriti, e non da una loro maggiore e minore predisposizione naturale. In questo senso, è sua ferma convinzione che se (per esercizio teorico) il popolo guineiano fosse stato trasportato per magia in Europa o nella mezzaluna fertile diecimila anni fa, avrebbe avuto la possibilità di raggiungere un livello di sviluppo simile a quello occidentale, perché non ci sono differenze intrinseche nel valore dei popoli del pianeta.

Il rischio di un’analisi del genere è subito chiaro, ed è quello di chiudersi in un determinismo estremo, dove tutto è in qualche modo predeterminato sulla base di variabili esogene e l’individualità umana non ha nessun ruolo creativo. Può sembrare strano che chi come me rivendica teorie liberali, dove il ruolo proattivo dell’individuo è alla base dello sviluppo, trovi convincente questo approccio storico. In realtà le due visioni mi sembrano complementari e inevitabili. Non c’è genio o idea che possa svilupparsi se inserita in un contesto sbagliato (o non ancora pronto). D’altronde, chi può seriamente affermare che Bill Gates sarebbe diventato QUEL Bill Gates se fosse nato in Nigeria invece che negli Stati Uniti? L’essere umano è decisamente troppo piccolo per poter prescindere dal background in cui è inserito, e i movimenti della storia, su grandi scale temporali e spaziali, raramente dipendono da singole grandi figure. Una cosa è credere che un singolo individuo possa influenzare il mondo che lo circonda (ci voglio credere), un’altra è pensare che dallo stesso individuo possa dipendere l’evoluzione di interi popoli su scale temporali millenarie (che mi sembra improbabile). Non credo che questo banalizzi il ruolo dei singoli, semmai ne inquadra gli sforzi nell’ambiente esterno e rafforza l’idea che il progresso sia un processo che si sviluppa per approssimazioni ed errori successivi di migliaia di esseri umani, più che dal lampo di genio di una sola persona. E questo meccanismo è, oltretutto, una raffigurazione pura e semplice dei meccanismi di mercato.

Qualche dubbio resta comunque, sul ruolo dei singoli uomini e della casualità in questo processo: se, come racconta l’autore, Hitler fosse morto in quell’incidente d’auto mancato per un soffio, all’inizio degli anni ’30, la storia sarebbe stata certamente diversa. O forse tutte le variabili che hanno spianato la strada ai totalitarismi erano diffusamente presenti in Europa (come dimostrano le dittature in Spagna, Italia e Unione Sovietica) e, forse dopo, forse in un altro luogo, qualcosa di simile al nazismo avrebbe in ogni caso sconvolto il mondo. Se Bill Gates non avesse avuto la possibilità di studiare e diffondere i personal computer nel mondo, qualcun altro lo avrebbe fatto comunque, perché l’informatica e l’elettronica avevano raggiunto uno stadio di sviluppo adeguato perché quel salto tecnologico avvenisse.

Al netto di queste riflessioni, per le quali manco purtroppo degli strumenti intellettuali per avere risposte migliori, resta il fatto che “Armi, acciaio e malattie” è una documentata e brillante ricostruzione della storia umana e dei rapporti causa-effetto che hanno portato alcuni popoli (gli europei) a dominarne altri.

 Non capita spesso di leggere un libro che aiuta ad aprire gli occhi sul mondo, ma questo è sicuramente uno di quei casi.

Jared Diamond

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: