Thin(k) Freedom

Trivelle, ambiente e senso civico

Posted in Dategli brioches by Ronin on 21 aprile 2016

 

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Cerco di recuperare quanto nelle ultime settimane non sono riuscito a condividere riguardo al referendum, per l’oggettiva complessità della materia e per scarsità di tempo mia (che rendeva difficile affrontare con cognizione di causa tale complessità).

Ho evitato di lanciarmi in filippiche ecumeniche, anche e soprattutto per la mia conoscenza (per quanto laterale) del settore: qualunque cosa avessi scritto avrei potuto essere considerato a rischio di conflitto d’interesse e di appoggio interessato alle imprese energetiche. Mi sono morso la lingua, o meglio le dita, per settimane di dibattito di scarsissima qualità (a parte alcune eccezioni), ma non ho voluto influenzare nessuno nella propria scelta sapendo di non poter gestire un eventuale dibattito. Ma visto che da più parti mi è stato chiesto quale fosse la mia opinione in merito, e mi secca dare l’impressione di non averne una, provo a buttare fuori qualche considerazione inespressa sulle c.d. “trivelle”, più per esigenza personale che per reale interesse di convincere qualcuno (anche perché ormai è superfluo). Prima parliamo del merito del quesito, e poi di tutto quello di politico/strategico che è girato intorno al referendum.



La contrapposizione esasperata fra trivelle/fonti fossili/petrolio/inquinamento e rinnovabili/sole/vento/green/eco-bio, per come è stata posta, è estremamente infantile. Tutte le persone lungimiranti e di buon senso auspicano (e si impegnano per) una maggiore penetrazione delle rinnovabili nel mix energetico e, a monte, per una maggior efficienza energetica (cioè minor consumo di energia per produrre lo stesso output). Ma chiunque conosca il funzionamento del sistema energetico mondiale sa perfettamente che le fonti rinnovabili sono ancora una parte molto piccola del consumo di energia totale.

Attenzione, parlo di “energia” non di “energia elettrica”! Si sente sempre una gran confusione fra i due concetti, al punto da rendere molte analisi completamente sballate: le fonti rinnovabili contribuiscono attualmente (in Italia) a produrre circa il 30% dell’energia ELETTRICA, che è solo una parte dell’energia consumata. C’è tutta l’energia utilizzata dai riscaldamenti, dall’industria e dai trasporti, che rappresenta una fetta molto maggiore, e utilizza come fonte primaria per la maggior parte petrolio, carbone e gas naturale (qui qualche dato). Quasi il 90% dell’energia globale è prodotta tramite fonti fossili, nonostante i paesi occidentali stiano facendo grossi sforzi economici (attualmente vengono pagati ogni anno 12 miliardi di euro in bolletta per gli incentivi alle rinnovabili) per aumentare la produzione di energia elettrica da rinnovabili. E, beninteso, questo con ottimi risultati, visto che l’Italia ha raggiunto gli obiettivi ambientali 20-20-20 dell’UE con diversi anni di anticipo (sia per i citati incentivi che per il calo dei consumi causato dalla crisi che per l’aumento dell’efficienza energetica).

Tuttavia molti utilizzi ancora non sono maturi per essere soddisfatti tramite il vettore elettrico, se non in percentuali minime, per tutta una serie di motivi che sarebbe troppo lungo affrontare (immagazzinamento dell’energia, intermittenza della produzione, costo ed efficienza del trasporto, sono solo alcuni). Sono un grandissimo sostenitore delle auto elettriche e, in generale, della c.d. “elettrificazione dei consumi”, un trend che nei prossimi decenni sarà sempre più evidente, ma da qui a dire che “visto che già produciamo il 40% della nostra energia (…) con le rinnovabili, se si investissero le giuste risorse potremo presto fare a meno delle fonti fossili” ce ne passa un bel po’. Capisco che sia triste pensare che la nostra vita dipende, e dipenderà ancora per molti anni, dal consumo di fonti fossili, ma questa è la realtà e bisogna farci i conti (ne parla bene qui l’ottimo Filippo Zuliani). Sorvolo poi sul fatto che gran parte dei sostenitori del mondo a 100% rinnovabili si oppongono poi al solare (perché toglie terreno agricolo), all’eolico (perché rovina i paesaggi di mare e montagna), all’idroelettrico (perché il Vajont), alla geotermia (perché provoca terremoti), alle biomasse/rifiuti (perché fanno venire i tumori), evidentemente convinti che tutti i benefici che il progresso tecnologico ha portato alla nostra esistenza (e ce ne sono, ve lo garantisco) possano essere sostenuti dall’energia prodotta da migliaia di criceti che corrono dentro delle ruote.

Chiudendo le piattaforme interessate dal referendum sarebbe stato necessario aumentare le importazioni di gas (sì perché si tratta al 95% di gas, visto che solo 1 piattaforma della quarantina interessate estrae greggio: quindi anche la immagini di volatili intrappolati in maree di petrolio sono abbastanza strumentali) e non per qualche anno, ma per alcuni decenni. Con tutte le implicazioni geopolitiche e commerciali del caso, lo spostamento all’estero degli investimenti, un aumento di dipendenza dai paesi fornitori (spesso politicamente instabili) e un peggioramento della bilancia dei pagamenti italiana. Non un peggioramento ENORME, visto che la produzione italiana è relativamente piccola, ma comunque un peggioramento. Ed è difficile non vedere una fortissima componente NIMBY in queste posizioni, visto che ci va benissimo usare gas e benzina finché li estraiamo in qualche paese africano, basta che non ci tocchino la nostra bellissima terra. Per onestà va detto, come ammette anche Filippo Zuliani, che proprio per la portata circoscritta del referendum (visti i volumi in gioco), anche le ragioni del No sono state spesso rese iperboliche e catastrofiste, al pari di quelle del Sì, in particolare riguardo alla disoccupazione conseguente ad un’eventuale vittoria del referendum.

L’Italia ha già una legislazione estremamente restrittiva e limitante sull’estrazione di idrocarburi (anche per condivisibili ragioni di densità abitativa e tutela dell’ambiente), tanto che ormai la produzione nazionale è ridotta al lumicino rispetto ai volumi dei decenni scorsi, pur essendo l’Italia uno dei paesi con i giacimenti a terra più sostanziosi d’Europa (in particolare in Basilicata) e avendo una forte tradizione e competenza nell’upstream (non so se lo sapete, ma l’estrazione di petrolio a livello industriale si è sviluppata a inizio ‘900 a due metri da casa di noi parmigiani, a Fornovo, con la nascita della Società Petrolifera Italiana, proprio per la ricchezza di idrocarburi del sottosuolo padano).


Appurata la banalizzazione della guerra fonti rinnovabili-fossili, buoni-cattivi, due temi sono invece interessanti: la contendibilità delle concessioni e il livello delle royalties. Una delle mie principali “battaglie” da liberale è l’affermazione del principio per cui un servizio essenziale deve essere messo a gara per permettere quella che gli economisti chiamano “concorrenza per il mercato”, e permettendo a diversi soggetti di competere per offrire il servizio migliore alla stazione appaltante (in genere lo Stato, la Regione o il Comune), in termini di offerta economica e livello di servizio. Questo è il principio che quasi tutti i paesi occidentali seguono (o comunque si stanno indirizzando verso questa strada) per gestire l’assegnazione di servizi in monopolio naturale, quali autostrade, ferrovie, reti del gas, reti elettriche, reti idriche, servizi ambientali, ecc.

L’upstream non è un monopolio naturale, o meglio una “essential facility” (non replicabile) che deve essere assegnata tramite gara per evitare comportamenti opportunistici del gestore di rete. Quando una compagnia energetica acquista dal Ministero i permessi per esplorare e trovare idrocarburi (in mare o in terra) ha l’obiettivo di trovare un giacimento e di sfruttarlo per le risorse che contiene, non di utilizzarlo per dieci anni e poi chiuderlo (infatti non mi risulta che sia mai stata messa a gara una piattaforma funzionante). Anzi, una delle spinte a spendere svariati milioni nella fase di esplorazione è proprio la possibilità di scoprire giacimenti più o meno grandi e di sfruttarli al massimo per valorizzare l’investimento. Sarebbe quindi piuttosto antieconomico stoppare la produzione quando ancora il giacimento è produttivo: quel gas verrebbe comunque richiesto dal mercato, quindi se non può essere estratto bisogna comprarlo da qualcun altro, non viene sostituito da pannelli solari. Non ho idea di quanto gas contengano i diversi pozzi (probabilmente lo sa solo la società che lo estrae, e comunque in modo approssimativo), ma mi sembra ragionevole che una volta scoperto venga usato per la sua funzione, che è coprire il fabbisogno energetico del Paese. Per questo credo che il tema del rinnovo della concessione sia meno rilevante di quanto potrebbe apparire (visto che, comunque, difficilmente parliamo di giacimenti secolari). Lasciamo stare poi il fatto che forse all’1% dei votanti interessa il tema “concorrenziale” delle concessioni e nessuno è davvero andato a votare per questo motivo.

Anche riguardo alle royalties la disinformazione è stata moltissima, in particolare con la (voluta?) confusione fra royalties (che si applicano ai volumi) e tassazione ordinaria (che si applica agli utili), così da leggere confronti del tipo “in Norvegia i petrolieri sono tassati all’80% e da noi al 7%”: magie narrative che trasformano d’un tratto l’Italia in un paradiso fiscale energetico (perchè non abbiamo tutte le compagnie del mondo che si tuffano a pesce nel nostro paese? Mah). Per chi fosse davvero interessato all’argomento qui può trovare una spiegazione divulgativa e qui una ricerca più strutturata. Non si può neanche prendere sul serio la tesi, letta da più parti, per cui “le società petrolifere tengono bassa la produzione perché così rimangono sotto franchigia e non pagano le royalties”: davvero, ma sul serio? Rinuncio a estrarre del gas che posso vendere a, poniamo, 100 perchè su quel 100 devo pagarci il 10% di tasse?? In pratica è come andare dal proprio capo e dirgli “non me lo dare quell’aumento, perché altrimenti poi me lo tassano, meglio che mi lasci con lo stipendio attuale”!
In linea generale sono comunque d’accordo che in questi settori le royalties debbano essere rilevanti: le imprese sono tenute a pagare lo Stato per utilizzare risorse naturali che sono, in ultima analisi, demaniali e quindi dei cittadini. Peccato che il referendum non vertesse su questo tema, anzi, chiudendo le piattaforme le royalties non possono che diminuire.. Consiglio comunque la lettura di questo articolo, dove vengono esposte alcune idee interessanti (ad esempio utilizzare le royalties per finanziare gli incentivi alle rinnovabili, riducendo il peso sulle bollette, idea che mi trova d’accordissimo).

Se vogliamo parlare di royalties e concessioni, ci sono anche tante altre situazioni indecenti in Italia che meriterebbero attenzione, ma che sono meno “sexy” dei temi ambientali (due su tutte, le concessioni autostradali e quelle delle spiagge, rinnovate ad libitum caricando costi impropri su tutti i cittadini che le utilizzano e lasciando i capo ai gestori poteri monopolistici indecenti).

Aggiungo, per chiudere i temi di merito, che lo smantellamento a carico delle compagnie petrolifere delle piattaforme operanti in giacimenti esauriti o concessioni scadute è un principio sacrosanto (e ci mancherebbe), e viene già disciplinato dalla legge (qualche dettaglio). Inutile dire che anche questo processo è quasi lungo, forse anche di più, dell’iter autorizzativo per aprire le piattaforme, visto che deve essere valutato l’impatto ambientale dell’estrazione, l’eventuale bonifica, la destinazione d’uso alternativa o lo smantellamento della struttura, ecc.


Al di là di tutte queste ragioni, il fatto che il referendum sia stato trasformato in una battaglia politica (come buona parte dei referendum), fra pro e contro il Governo, ha reso la mia motivazione ad andare a votare ancora più scarsa di quanto già era in esito alle valutazioni sul quesito. Non si fanno referendum per mandare messaggi al governo o per modificare dettagli di leggi che si capisce al 10%. Se li si ritiene un buon strumento consultivo(io non li ritengo quasi mai tali, ma vabbè), si fanno nel merito di scelte nette (divorzio sì/no), di cambiamenti di sistema (riforma costituzionale), di problematiche etiche molto personali (eutanasia, cittadinanza, diritti in generale). Certo, anche tutti questi temi possono essere molto “tecnici”, ma in questi casi comprendo l’idea di ritenere necessaria l’espressione della volontà popolare, mentre mi sembra molto meno sensato quando si cerca di intervenire per via referendaria su questioni che richiedono attente analisi costi/benefici per poter essere adeguatamente valutate. Referendum del secondo tipo finiscono per demolire vent’anni di legislazione sui servizi pubblici locali senza un reale motivo, come nel 2011 (fun fact: il referendum del 2011 NON riguardava la scelta fra privatizzare/pubblicizzare l’acqua, nonostante quello che chiunque di voi possa aver pensato. Se vi interessa un giorno vi parlerò anche di questa storia tragicomica).

Aggiungo comunque che, a mio avviso, Renzi ha sbagliato a non accorpare il referendum alle elezioni amministrative. Non sono sicuro che si sarebbe comunque raggiunto il quorum (uno può benissimo votare il sindaco senza votare il referendum, se non ha un’idea chiara della questione), ma almeno si sarebbe messo al riparo dalle critiche di aver boicottato la consultazione, che adesso lo espongono al rischio di “ritorsione” di una fetta di elettorato in occasione del referendum confermativo della riforma costituzionale (milioni di volte più importante di qualunque trivella).

A proposito di ritorsioni: non mi pare che questo aspetto sia stato percepito, ma è bene dire chiaramente che il referendum è stato promosso dalle Regioni (prima volta nella storia) come ripicca e prova di forza contro la riforma costituzionale che, oltre alle modifiche al Senato che tutti conoscono, interviene anche sul Titolo V, riportando allo Stato alcune competenze in settori strategici (in particolare energia e infrastrutture) che attualmente sono condivise con le Regioni. La ragione di tale modifica costituzionale è che la c.d. “competenza concorrente” introdotta sciaguratamente con la riforma costituzionale del 2001 ha portato ad una sovrapposizione di responsabilità e ad un rallentamento esasperante degli iter autorizzativi e in generale delle decisioni di interesse pubblico in determinati ambiti, a causa dei continui rimpalli fra livelli istituzionali e al dilagare di comportamenti NIMBY tipici degli enti locali, che in questi frangenti sono banderuole in mano alle richieste dei gruppi elettorali di riferimento. Questo caos è stato fortunatamente risolto dal DDL Boschi, che però non diventerà operativo prima del referendum confermativo di ottobre. E alla Regioni, come ovvio, questo non piace proprio. È davvero così semplice.

Infine, come ultimo aspetto che ha ulteriormente fatto finire sotto i piedi la mia voglia di votare metto gli appelli al senso civico e gli striscianti sensi di colpa che si è cercato di instillare in chi non riteneva opportuno recarsi ai seggi: in passato ho scritto un post sulla inutilità dell’astensione, ritenendola bohemienne e miope. Lo penso ancora, ma mi riferivo ovviamente al voto per le elezioni. Molte persone sembrano non rendersi conto di una differenza fondamentale: se non si vota alle elezioni, qualcuno deve comunque essere eletto per governare il paese, mentre se non si vota al referendum la legge che si richiede di abrogare rimane in vigore. Mi sembra che la differenza fra le due “chiamate” sia abbastanza evidente. Quindi risparmiatemi gli appelli gabanelleschi à la “i cittadini di un paese civile, quando sono chiamati ad esprimersi, rispondono”. Rispondono se ritengono di avere qualcosa da dire in merito, altrimenti lasciano perdere, anche se hanno tre lauree, ed è un diritto sacrosanto.

Come ha scritto Enrico  Sola, se io fossi fra i sostenitori del Sì non sarei così scontento del risultato. Questo referendum è stato promosso dalle Regioni e non ha avuto alcuna campagna di raccolta firme né mobilitazione fra i cittadini fino a poche settimane fa (al contrario, ad esempio, di quello del 2011), quindi superare il 30% penso sia già un risultato notevole, molto dovuto a meriti comunicativi dei promotori, che sono riusciti a creare una personalizzazione dello scontro con Renzi, cementando tutte le opposizioni in un tentativo di delegittimarlo in vista dell’autunno, e a sviluppare una narrativa manichea basata sulla contrapposizione fra fonti fossili e rinnovabili. Di fatto sono riusciti a dimostrare che esiste una non piccola fetta della popolazione che si pone in completa opposizione al Governo, e questo nei prossimi mesi potrebbe pesare.

Detto questo, voglio essere molto chiaro: massimo rispetto per chi si è informato, ci ha creduto e ha votato Sì con convinzione. Dico sul serio: per quanto distorto nelle finalità e improprio come modalità (almeno secondo me), il quesito era legittimo e chi ha voluto esprimere la propria visione ha fatto benissimo. Quello che infastidisce è l’atteggiamento di superiorità e di censura verso chi ha esercitato un eguale diritto, che è quello di astenersi dal merito di una questione che non riteneva rilevante o per la quale non credeva di poter esprimere una posizione ben motivata. Mi spiace che molti non lo capiscano, ma è democrazia anche questa.




[In apertura dell’articolo, una foto della piattaforma Goliat di Eni, una delle più avanzate al mondo, appena entrata in funzione nel mare di Barents, in Norvegia. Niente che vedremo mai nel Mediterraneo, tranquilli!]


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