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Posted in Cose di Ca' Ska by Ronin on 21 marzo 2017

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Fra le (tante) cose che mancavano nella nostra magione una delle più critiche è sempre stata.. la luce.

Nelle foto di repertorio si vedono alcuni sparuti cavi elettrici e qualche lampadina penzolante, ma niente che abbia mai realmente funzionato. In compenso fin dal primo giorno c’è sempre stato un contatore elettronico dell’Enel nuovo di zecca (Dio sa perché, trattandosi di una casa disabitata).

Nei primi anni non ci siamo minimamente preoccupati di creare un impianto elettrico vero e proprio, in buona parte perché dovevamo prima portare a termine alcuni lavori strutturali che comprendevano rompere pavimenti, scrostare intonaci e altre operazioni che avrebbero soltanto rovinato un eventuale nuovo impianto.

Ci siamo quindi arrangiati per anni utilizzando un quadro elettrico e delle lampade da cantiere, non particolarmente comode ma delle quali almeno non dovevamo preoccuparci.

Avevamo però chiaro in mente che ad un certo punto saremmo dovuti arrivare a qualcosa di più definitivo. Per questo, già dal 2012 abbiamo iniziato a predisporre quanto necessario ad accogliere il futuro impianto elettrico.

In particolare, quando abbiamo costruito i nuovi pavimenti al piano superiore, nelle intercapedini di spessore abbiamo posizionato le canaline e i fili della prima parte di impianto, insieme alle prime scatole di derivazione per portare la corrente nelle altre stanze (sala da pranzo sottostante, camera da letto e cucina). Per andare al piano di sotto abbiamo seguito due percorsi diversi: per la sala da pranzo la soluzione è stata molto semplice, in quanto è bastato far passare le canaline attraverso lo strato di legno inferiore del pavimento così da farle sbucare dal soffitto sottostante. Per arrivare in cucina invece siamo dovuti passare paralleli alle tubazioni di scarico del bagno, nella colonna creata ad hoc nell’angolo della sala da pranzo, per poi interrare per qualche metro le canaline sotto al pavimento in cotto, facendole uscire dal muro in cucina.

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Dopo questa prima sgrossatura siamo riusciti a superare la necessità di dover attaccare tutto al quadro elettrico all’ingresso, perché avevamo nuove prese (provvisorie) posizionate in tutte le stanze. Inoltre, posizionando alcuni interruttori (sempre provvisori) eravamo in grado di governare luci e prese in modo indipendente (mentre inizialmente una volta acceso l’interruttore generale qualunque cosa fosse attaccata si accendeva).

Per un paio di anni siamo rimasti con questo primo rudimentale impianto, visto che eravamo ancora presi dai lavori a pavimenti, stuccature, camino, ecc.: tutti lavori molto “sporchi” e per i quali era ancora molto più comodo utilizzare le attrezzature elettriche da cantiere.

Nel 2014, una volta completato il grosso del piano superiore, ci siamo spostati in quello di sotto, dove la quantità di lavori era molto minore ma comunque rilevante. Dopo aver realizzato pavimenti in cotto, scale di legno e balaustre (trovate tutto nella sezione dedicata alla ristrutturazione della casa: Cose di Ca’ Ska), abbiamo richiamato l’amico Belo (mai troppo ringraziato per l’aiuto che ci ha dato) per portare l’impianto elettrico anche al piano inferiore.

Siamo partiti dalla cucina, dove l’impianto andava realizzato da zero.

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Le prese della cucina vera e propria, posizionate sotto il lavello e dietro al frigo, le abbiamo potute realizzare mantenendo le canaline esterne, visto che sono tutte nascoste alla vista.

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Per tutta la parte di impianto visibile, invece, in particolare i lampadari, abbiamo dovuto ragionare su come minimizzare l’impatto dell’impianto sull’estetica di muri e soffitti. Infatti, poiché tutta la casa è costruita in pietra, non era possibile inserire l’impianto elettrico all’interno delle pareti, come viene fatto nelle case moderne. E’ forse superfluo specificare che a fine ‘800-inizio ‘900 quasi nessuno aveva la corrente elettrica in casa, perciò l’illuminazione era gestita tramite lampade ad olio o a petrolio, e il problema dell’impianto non si poneva (stessa cosa, peraltro, riguardo all’impianto idraulico, visto che si usavano i pozzi per l’acqua e le latrine esterne per i bisogni corporali).

Se vi è capitato di alloggiare in una casa antica, magari avrete notato diverse soluzioni per ovviare a questo problema. La più economica è di utilizzare delle canaline di plastica lisce e rigide, quindi un po’ più “ordinate” rispetto a quelle flessibili e corrugate che si usano normalmente per gli impianti nascosti nei muri. Costano poco ma sono decisamente bruttine, e ristrutturare una casa antica stuccando pietra per pietra per poi trovarsi un impianto elettrico così visivamente impattante sarebbe stato veramente uno spreco. Una soluzione molto chic e costosa è quella dalle canaline di rame, pagate a peso d’oro ma garanzia di un bell’effetto.

Una via di mezzo, che abbiamo poi effettivamente scelto, è quella di utilizzare i cavi elettrici “a treccia”, tenendoli a vista. Si tratta di normali fili elettrici ricoperti da un tessuto di cotone, puramente estetico. Di fatto sono tre cavi intrecciati, in quanto in ogni punto dell’impianto è necessario che ci sia il cavo di messa a terra, la fase e il neutro (qui qualche dettaglio, più pratico che teorico, per gli smanettoni: http://chifadasefapertre.blogspot.it/2009/09/impianto-elettrico-di-casa-terra-fase-e.html).

Questi fili a treccia sono sostanzialmente la prima tipologia di cavo elettrico utilizzata negli appartamenti, quando ancora molti edifici non si prestavano ad avere gli impianti nascosti nelle pareti e la plastica non era ancora diffusa come materiale isolante. Solitamente i cavi a treccia vengono poi abbinati a interruttori, prese e scatole di derivazione fatti di porcellana, che contribuiscono a dare un aspetto rustico a tutto l’impianto.

Purtroppo questo materiale è tutt’altro che economico (in particolare i pezzi di porcellana, che costano circa 20-25€ l’uno), ma abbiamo deciso di sobbarcarci la spesa convinti che il risultato avrebbe soddisfatto le aspettative. Per chi fosse interessato a fare un lavoro simile, noi ci siamo riforniti del materiale dall’azienda “Le Prolunghe“, che ci ha decisamente soddisfatto come qualità. Abbiamo acquistato tutto sull’e-commerce “Punto Luce“, che garantiva la più ampia scelta fra i fornitori individuati.

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Per fissare le trecce alle pareti e ai travi di legno si utilizzano degli isolatori di porcellana, che hanno l’ulteriore funzione di tenere i cavi tesi e leggermente distanziati dalla parete (per evitare l’umidità).

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I cavi entrano poi negli interruttori e nelle prese da fori laterali. Poiché lo stesso interruttore può comandare più luci può essere necessario farci entrare anche più di un cavo, da direzioni diverse.

Il collegamento dei fili alle prese e agli interruttori è piuttosto semplice dopo che si sono capiti i princìpi, ma il lavoro è reso lungo dal fatto di dover “pelare” le estremità dei singoli fili dal cotone e dalla guaina in plastica per poterli intrecciare e collegare. E’ poi buona norma avvolgere le estremità con del nastro isolante da elettricista, per evitare il rischio che il cotone, sfibrandosi, vada a contatto con il rame che trasporta l’elettricità e prenda fuoco (molto remoto, ma possibile).

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Partiti da un mucchio di fili posizionati in modo precario, dopo un po’ di lavoro abbiamo ottenuto un impianto più ordinato ed esteticamente appagante.

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Gli interruttori a nostro avviso fanno la loro figura, in particolare sui muri di pietra.

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Sicuramente meglio delle prese provvisorie.. 🙂

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Visto che non volevamo rischiare di pasticciare facendo le cose troppo di fretta, dopo questa seconda parte di impianto abbiamo aspettato il 2016 per concludere il lavoro, facendo entrare di diritto l’impianto elettrico al primo posto nella nostra classifica di procrastinazione ristrutturatrice (6 anni dall’inizio alla fine di un lavoro non è male).

A questo punto, con entrambi i piani della casa praticamente pronti, al netto di qualche dettaglio e di parte del mobilio, si trattava di montare tutte le prese, lampade e interruttori definitivi, in ogni punto della casa.

Siamo così partiti dai lampadari della sala da pranzo al piano di sotto, per i quali abbiamo dovuto fare una giunzione fra i cavi di plastica provenienti dal soffitto e la più elegante treccia che volevamo rimanesse a vista.

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I lampadari sono quelli originali che abbiamo trovato in casa, dei fantastici “piatti” di latta smaltata che abbiamo ripulito a fondo e che siamo stati ben contenti di riutilizzare.

Grande crisi, invece, per capire come nascondere la giunzione fra i due cavi e il foro da cui esce la canalina. E’ necessario attaccare al soffitto un c.d. “rosone”, che nei lampadari moderni è spesso di banale plastica argentata, ma che nel nostro contesto richiedeva un materiale e un design un po’ più rustico. Abbiamo quindi recuperato, anche in questo caso grazie all’immenso mercato di internet, dei rosoni in porcellana sufficientemente sobri ed eleganti da fare al caso nostro.

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Sullo stesso stile abbiamo proseguito con le restanti scatole di derivazione, prese e interruttori.

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L’ultimo ambiente rimasto senza un vero e proprio impianto elettrico era, paradossalmente, la camera da letto. In questa stanza realizzare l’impianto è stato più complesso rispetto alle due stanze grandi, in quanto, non essendoci l’intercapedine nel pavimento, non si era potuto far passare le canaline nei massetti. E’ stato quindi inevitabile dover realizzare tutto l’impianto all’esterno dei muri usando le trecce di cavi.

Con l’inevitabile aiuto dell’esperto (santo subito), per evitare di fare cazzate, in una mattina anche questi ultimi cavi erano posizionati.

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Per i lampadari in sala avevamo il problema che, per una serie di ragioni, i cavi uscivano dal muro, non dal soffitto: è stato quindi necessario inventarsi un modo per rendere meno impattante possibile l’uscita dei cavi e il percorso per farli arrivare fino al soffitto. La soluzione migliore che abbiamo trovato è stata di posizionare gli stessi rosoni utilizzati al piano di sotto contro la parete, per poi far pendere le trecce fino al primo trave del soffitto. Mi rendo conto che un architetto inorridirebbe, ma sono sicuro che qualche bravo venditore riuscirebbe a farle passare come fini soluzioni di design post-moderno.

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Per queste lampadine siamo in attesa di trovare in qualche mercatino dell’usato dei piatti il più possibile simili a quelli utilizzati al piano di sotto (anzi, qualunque segnalazione in tal senso è ben accetta).

Vi lascio con una carrellata di foto dell’impianto elettrico completato, che adesso, dopo 6 anni di provvisorietà, ci gustiamo ancora di più.

Fiat lux!

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